Il circo dei tuttologi: se la competenza diventa un optional televisivo

Esiste un momento preciso in cui stimati accademici, matematici prestati alla divulgazione o celebri specialisti del Medioevo decidono di varcare il Rubicone che separa la cattedra dal palcoscenico del talk show. Quel momento coincide quasi sempre con la nascita del “tuttologo”, una figura mitologica del panorama mediatico contemporaneo a cui viene chiesto di esprimersi, con identica perentoria sicurezza, sia sulle dinamiche geopolitiche dello Stretto di Taiwan sia sulle strategie militari nel Donbass.

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Il recente dibattito sollevato dalla stampa mainstream attorno alle uscite strabilianti di figure come Piergiorgio Odifreddi – e, c’è da scommetterci, presto toccherà anche ad altri popolarissimi divulgatori che hanno costruito un impero di visualizzazioni spiegando i secoli passati nei teatri e sui social – svela un ritardo cronico del giornalismo tradizionale nell’accorgersi di un fenomeno visibile da anni. Il problema, tuttavia, non risiede tanto nelle provocazioni politiche o nelle tesi “rossobrune” che tanto scandalizzano i salotti buoni, quanto in un cortocircuito metodologico radicale: la totale sovrapposizione tra la fama in un settore e l’autorità onnisciente su tutto lo scibile umano.

In psicologia sociale lo chiamano effetto alone, ma per capire l’assurdità della situazione basta un paradosso elementare. Albert Einstein è stato senza dubbio una delle menti più brillanti del Novecento, un gigante che ha rivoluzionato la nostra comprensione dell’universo. Eppure, a nessuno nell’immediato dopoguerra sarebbe mai venuto in mente di convocarlo in radio per farsi spiegare la ricetta perfetta delle trenette al pesto o della coda alla vaccinara. Si rispettava il confine sacro della competenza: il fisico parlava di fisica, il cuoco di cucina.

Oggi quel confine è stato polverizzato dalle logiche commerciali della televisione e degli algoritmi social. Il talk show moderno non cerca l’esperto che spiega le sfumature della politica interna di Taipei con la noiosa precisione dello specialista; cerca la “faccia che buca lo schermo”, il personaggio iconico capace di lanciare la battuta a effetto o l’iperbole divisiva. Poco importa se il matematico o lo storico di turno non hanno mai aperto un dossier di politica internazionale in vita loro: l’importante è che generino share, interazioni e polemiche da cavalcare il mattino seguente.

La colpa di questa deriva, però, non è solo dei palinsesti, ma anche di una certa fragilità dell’ego intellettuale. La transizione da rispettato uomo di studio a star della transmedialità è una trappola scivolosa. Quando ci si abitua a platee adoranti, festival sempre esauriti e applausi a comando, pronunciare la frase più onesta e scientifica possibile – “Non lo so, non è la mia materia” – diventa un lusso insostenibile. Si preferisce rischiare l’amenità pur di non perdere lo spazio mediatico. Il risultato è sotto gli occhi di tutti: un teatro dell’assurdo dove la competenza è diventata un optional e lo spettacolo dell’opinione a tutti i costi ha preso il posto della realtà.