La cronaca delle nostre città continua a offrire spettacoli desolanti, fatti di piazze trasformate in campi di battaglia e scene di guerriglia urbana che poco hanno a che fare con il vivere civile. Ma se il quadro generale è preoccupante, lo specchio del declino culturale e sociale emerge con ancora più forza quando si leggono le reazioni di chi quelle piazze dovrebbe governarle dall’esterno, a partire dalle famiglie.
Thank you for reading this post, don't forget to subscribe!L’intervista apparsa di recente sui media — in cui un padre si affanna a smentire l’ipotesi che il figlio sia stato ferito da una bottiglia, insistendo sul fatto che si sia trattato invece di un lacrimogeno che ha costretto i medici a un delicato intervento alla testa — fotografa perfettamente un cortocircuito educativo dei nostri tempi. Di fronte a un ragazzo che finisce in ospedale dopo essersi trovato nel bel mezzo di scontri violenti, la prima reazione non è l’autocritica, né ci si chiede cosa ci facesse il proprio figlio in un simile perimetro di illegalità e caos. No, la priorità diventa l’esame balistico, la sottigliezza procedurale, lo scarico di responsabilità.
Si tende a dimenticare un principio di base, elementare nella sua ovvietà: le forze dell’ordine non ricorrono all’uso dei lacrimogeni per disperdere passanti pacifici o cittadini che passeggiano tranquillamente in centro. Se l’aria diventa irrespirabile e i mezzi di dissuasione entrano in funzione, significa che la situazione è già degenerata, che i confini della legalità sono stati ampiamente superati e che qualcuno stava attivamente creando disordini. Chi sceglie di rimanere in quelle prime linee si assume, implicitamente, il rischio delle conseguenze che ne derivano.
Concentrare l’attenzione pubblica e mediatica sulla natura dell’oggetto che ha causato il trauma — se sia un corpo contundente scagliato da un altro manifestante o un dispositivo di ordinanza — serve sicuramente ai fini di un’aula di tribunale o per imbastire una strategia di risarcimento. Ma sul piano della responsabilità e della disciplina personale, questo approccio sposta pericolosamente il focus del problema.
Il messaggio implicito che rischia di passare è che la partecipazione a contesti di violenza urbana sia un dato secondario, quasi una fatalità, e che l’unico vero scandalo risieda nelle modalità con cui quella violenza viene arginata. Quando la preoccupazione principale si riduce a stabilire la traiettoria di un lacrimogeno anziché interrogarsi sul fallimento educativo che porta un giovane a fare della guerriglia il proprio passatempo, significa che abbiamo smarrito la bussola del buonsenso. Prima ancora di invocare i protocolli di sicurezza per l’ordine pubblico, bisognerebbe riscoprire il valore dell’autorità e del rigore, partendo proprio dalle mura domestiche.