Ma che state a dì! Il tafazzismo massificante dell’occidente, anche Meloni ci casca

Giorgia Meloni che si trova a difendere chi, per scelte personali e ideologiche, va a cercarsi guai all’estero con gite turistiche spericolate in teatri di guerra come Israele, finendo per pesare sulle casse dello Stato e sulle spalle di quei contribuenti che i propri figli li hanno educati alla giustizia e al buon senso. Antonio Tajani che definisce italiano chi italiano non è, dimenticando che nel nostro Paese — nonostante i tentativi e le proposte di riforma avanzate di recente — la legge parla chiaro e non è mai cambiata. Gli Americani che, con un colpo di spugna geopolitico, decidono di salvare Francesca Albanese cancellandola dalla lista nera, quasi a voler concedere una seconda chance a chi si è distinto per esternazioni inaccettabili. A guardare la rassegna stampa di oggi, c’è qualcosa che non torna profondamente.

Non è necessario richiamare gli slogan del “mondo al contrario” di stampo generale; non perché non siano adatti a descrivere questo caos, ma perché in fondo la vera critica rifiuta anche quelle narrazioni. Anche lì dentro c’è troppa mondanità, troppa sovraesposizione, troppa rincorsa al talk show o a libri scritti a tavolino che pretendono di spiegarci la morale, il buonismo e i contatti forzati tra mondi diversi per commuovere il pubblico dei salotti. Anche lì dentro c’è troppa mondanità camuffata da impegno civile, troppa fretta di salire in cattedra e troppo marketing editoriale spacciato per profonda riflessione sociologica. I veri leader e le posizioni di reale spessore brillano di luce propria: non necessitano di battute a effetto, di pubblicità permanente o di eventi costruiti per catturare l’attenzione dei media. E allora, davanti a questo teatro, il dubbio sorge spontaneo: il problema è solo di chi osserva e non si adegua?

L’indirizzo politico e la pedagogia della fermezza contro il condono nazionale

La risposta è no, perché la realtà dovrebbe essere fatta di indirizzi politici chiari e rigorosi, non di emotività. Gestire una nazione è come educare un bambino: la marachella non va punita in modo esagerato, ma va punita, senza sconti, per far comprendere che è stato commesso un errore. Invece, assistiamo a una costante giustificazione dell’errore in nome di un formale obbligo istituzionale o del buonismo esibito. Lo si vede nella cronaca milanese, dove il protagonista che ha subito lesioni permanenti si abbandona a un abbraccio pubblico con gli aggressori, confondendo il perdono privato con la necessaria fermezza del diritto.

Questo meccanismo non è altro che il riflesso di un vizio tutto italiano: la cultura del condono permanente, la filosofia dello “scurdammoce ‘o passato, chi ha avuto ha avuto”. Una vergogna nazionale che applica l’amnesia collettiva a fatti che meriterebbero sanzioni esemplari, mentre la giustizia e l’ordine pubblico vengono costantemente sacrificati sull’altare del sentimentalismo mediatico.

Il multiverso ideologico e l’autoflagellazione dell’Occidente

Esistono cose che, al contrario, meriterebbero di essere archiviate con un semplice e assoluto “chissene”. Parliamo di figure come Soldini, Pif e altri artisti o presunti tali prestati alla politica impegnata, che scelgono la via degli interventi “di sponda” per ritagliarsi uno spazio di visibilità. A questi si aggiungono i figli d’arte e i grandi nomi di cui spesso ci si ricorda non per il valore effettivo delle opere musicali, cinematografiche o teatrali, ma solo per il cognome che portano e per le loro lotte politiche estemporanee.

Tutto questo panorama di sigle e movimenti — dai propal all’universo LGBT, fino al MeToo — si inserisce perfettamente in questo tafazzismo di massa. Un Occidente patologico in cui ci casca pure Meloni, dopo Tajani, cedendo alle logiche del palcoscenico e della rincorsa mediatica. Questo intero mondo sembra provare un piacere perverso nel demolire i propri stessi pilastri valoriali e identitari, elevando a simboli di progresso persino le derive più estreme, come la piaga dei novelli ragazzi che, confusi da un’ideologia liquida e priva di padri, arrivano a martoriare i propri genitali in nome di una presunta autodeterminazione transitoria. Questa dimensione parallela, completamente sganciata dal buon senso e dalle dinamiche concrete della vita reale, con il mondo di chi lavora, produce e rispetta le regole non incrocerà mai. Il refusal di allinearsi a queste tifoserie del nulla non è isolamento, ma la scelta lucida di non partecipare a una recita autodistruttiva che ha ormai perso ogni contatto con la terraferma.

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