Grazie dei ceppi, tra tutti gli altri li ho riconosciuti, mi han fatto male e pure li ho graditi

L’allineamento filologico alla pietra miliare di Nilla Pizzi è finalmente perfetto. Citando la canzone a piè pari, il dramma dell’attivista aeroportuale abbandona ogni timida perifrasi per sposare la pura e autentica melodia sanremese, dove la sofferenza fisica e la gratitudine si fondono in un unico, struggente paradosso da terminal.

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Il quadro che si presenta agli arrivi internazionali assume contorni di assoluta coerenza lirica. Il passeggero della flotilla trascina i propri ceppi con la stessa dolorosa fierezza di chi stringe tra le mani un mazzo di rose piene di spine. La carne soffre sotto il peso del ferro, le caviglie protestano, eppure quel carico viene esibito e gradito come il più prezioso dei souvenir, un trofeo d’acciaio da sbandierare davanti ai flash dei telefonini e agli sguardi perplessi dei viaggiatori business.

La sicurezza dello scalo e i passanti si trovano così spettatori di un’opera totale. Non si tratta più solo di una bizzarra scelta di bagaglio, ma di una performance artistica in cui il dolore diventa parte integrante dell’esperienza di viaggio. In un mondo di turisti pronti a recensire negativamente un hotel per un cuscino troppo sodo, c’è una folle e teatrale grandezza in chi sbarca lamentando il danno, ma ringraziando per il gradito omaggio.