“Pedofilo infame, in mano al popolo”

È quanto si legge, in vernice verde, sulle saracinesche abbassate del minimarket di Madonna di Campagna. Fino a ieri, primo settembre, l’attività era regolarmente aperta — lo stesso negozio dove, secondo l’accusa, un uomo di 42 anni ha molestato due persone in quaranta minuti, una tredicenne e una donna sulla quarantina. Oggi, 2 settembre, le serrande sono chiuse: ufficialmente per accertamenti amministrativi disposti dalla Questura sulla gestione del locale, ma la coincidenza con l’ondata di indignazione delle ultime ore è difficile da ignorare.

Le nuove testimonianze, emerse solo nelle ultime ore, rendono la vicenda ancora più difficile da digerire. La tredicenne era entrata nel minimarket per comprare delle bibite ai fratelli più piccoli — non era la prima volta, conosceva già il negozio. Al momento di pagare, il cassiere le avrebbe chiesto se avesse un fidanzato; lei, per allontanarlo, avrebbe risposto di sì. È a quel punto che la situazione sarebbe degenerata in toccamenti non consensuali che l’hanno fatta sentire, sono parole sue, “disgustata”. Ieri la Rai ha raggiunto l’uomo fuori dal negozio: davanti alle telecamere, volto oscurato, ha detto soltanto “prima avevo bevuto due tequila”. In aula, in sede di convalida, la sua difesa era stata: “Ho sbagliato. Non ho mai commesso reati. È la prima volta che mi succede.”

Nel frattempo qualcosa si muove anche sul piano giudiziario: la Procura di Torino ha impugnato l’ordinanza del gip davanti al Tribunale del Riesame, chiedendo che venga applicata la custodia cautelare in carcere — la misura che era stata negata due giorni fa. È un segnale che il sistema, sollecitato con sufficiente forza, può correggere se stesso; resta però il fatto che ci sia voluto un caso nazionale, la premier e mezzo governo in prima linea, perché la macchina si rimettesse in moto.

Sul territorio, intanto, la protesta ha preso forme concrete. Fratelli d’Italia ha organizzato un presidio davanti alla Questura, con tanto di striscione “Chiudete il pedomarket”: presenti la deputata Augusta Montaruli e il vicepresidente della Regione Maurizio Marrone, che ha chiesto a Prefetto e Questore di disporre la chiusura del locale per ordine pubblico. E poi c’è la vernice verde sulla saracinesca — il gesto più elementare e più eloquente di tutti, quello di chi non ha un microfono, un ruolo istituzionale o un seggio in Parlamento, e trova nell’unico strumento a disposizione — una scritta sul muro — la sintesi di una rabbia che le procedure ufficiali, fino a questo momento, non erano riuscite a intercettare.

Non giustifichiamo la giustizia sommaria, e non la giustificheremo mai su queste pagine. Ma quella scritta resterà lì, sulla saracinesca di un minimarket alla periferia nord di Torino, a ricordare per quanto tempo ancora le istituzioni possano permettersi di ignorare cosa succede quando smettono, anche solo per quarantotto ore, di essere credibili agli occhi di chi dovrebbero proteggere.

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