Quell’Anm così ciarliera

Poche ore. È il tempo che è bastato al presidente dell’Associazione Nazionale Magistrati Giuseppe Tango per intervenire pubblicamente sul caso del minimarket di Torino, parlando di “attacchi scomposti” da parte del governo e bollando come “non ortodosso” l’invio degli ispettori ministeriali disposto da Nordio — mentre la Procura di Torino stessa stava ancora preparando il ricorso al Riesame contro la scarcerazione. Non un caso isolato: è la prassi.

Lo stesso Nordio, mesi fa, aveva messo il dito nella piaga con una frase che vale la pena rileggere. “L’interlocutore istituzionale del governo e della politica non è il sindacato, ma il Csm”, disse rispondendo proprio a un fiume di critiche dell’Anm arrivate ancora prima che il testo di una riforma della giustizia fosse reso pubblico. Il punto non è tecnico, è sostanziale: l’Anm non è un organo dello Stato, è un’associazione professionale privata — un sindacato di categoria a cui aderisce circa il 90% dei magistrati italiani — eppure si muove, e viene trattata dai media, con un peso istituzionale che tecnicamente non le spetterebbe. L’organo davvero autonomo per Costituzione è il Csm. L’Anm è, semplicemente, il sindacato più ascoltato d’Italia.

E qui arriva il punto più interessante, sollevato non da un avversario qualsiasi ma da un parlamentare di Forza Italia, Enrico Costa: non è tanto che l’Anm parli sempre, è che parla sempre nella stessa direzione. Costa l’ha definito “un lungo piagnisteo senza mezza autocritica”, ricordando che l’Anm non ha mai speso una parola sui propri scioperi contro il Parlamento né sulle uscite di singoli magistrati apertamente schierati contro il governo, mentre reagisce nel giro di ore a qualsiasi critica ricevuta. Perfino da sinistra, sulle pagine dell’Unità, si è arrivati a scrivere che alcuni settori della magistratura pretendono un’obbedienza tale da certi organi di informazione che questi “sembrano quasi esserne un’appendice”.

Eppure nemmeno la Cgil ai tempi d’oro della sua influenza politica — la metà degli anni Settanta, con il Pci vicino al 35% dei consensi — arrivava a contestare sistematicamente ogni provvedimento, ogni giorno, di un Paese che allora era davvero devastato: dagli anni di piombo, dal terrorismo di destra e di sinistra, da un’instabilità istituzionale che oggi definiremmo emergenza nazionale. Nemmeno in quel contesto un sindacato sentiva il bisogno di gridare al lupo a ogni piè sospinto. Oggi, in piena pace, il grido è diventato talmente costante e prevedibile che ha smesso di fare notizia: non più un trafiletto, spesso nemmeno una riga — perché quando si protesta per tutto, alla fine, non si protesta più per niente.

Il risultato è un corpo intermedio che ha imparato a occupare lo spazio mediatico meglio di quasi chiunque altro nella vita pubblica italiana. Ogni riforma, ogni sentenza controversa, ogni critica di un ministro produce nel giro di ore un comunicato, una dichiarazione, un’intervista. Non lo fa un partito politico con questa regolarità — nemmeno i più esposti sui social. Trump twittava a raffica dalla Casa Bianca, Salvini vive di dirette Facebook: e nonostante questo, messi insieme, faticherebbero a tenere il ritmo di comunicati di un sindacato di categoria che, sulla carta, dovrebbe occuparsi di tutela professionale — non di commentare in tempo reale ogni provvedimento cautelare che finisce sui giornali.

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