Il Belgio volta le spalle, come ha sempre fatto. Ora vi spieghiamo noi perché!

Alla commemorazione dei 262 minatori morti al Bois du Cazier, mentre il presidente del Senato Ignazio La Russa leggeva il messaggio del Capo dello Stato Sergio Mattarella, un gruppo di sindacalisti si è girato di spalle. È scoppiata la polemica italiana — l’accusa di Carlo Fidanza alla CGIL, la smentita di Maurizio Landini, l’intervento della premier Giorgia Meloni: “un gesto grave e vergognoso” — finché il sindacato belga FGTB ha rivendicato il gesto all’ANSA, spiegando di essersi voltato in quanto contrario alla presenza di “partiti fascisti”.

Rivendicazione preziosa, perché sposta la questione dove merita di stare. Non è una lite tra italiani: è il Belgio che volta le spalle all’Italia. Come ha sempre fatto.

Vale la pena ricordare cosa portò quei 136 italiani a morire a novecentosettantacinque metri di profondità l’8 agosto 1956. Il protocollo italo-belga del 23 giugno 1946 stabiliva il trasferimento di 50.000 minatori italiani, al ritmo di duemila a settimana. In cambio, il Belgio si impegnava a vendere all’Italia un minimo di 2.500 tonnellate di carbone al mese ogni mille minatori inviati. Uomini contro carbone: il nome con cui l’accordo è passato alla storia è “uomo-carbone”, e non è una metafora giornalistica, è la sostanza del contratto.

Il contratto prevedeva cinque anni di miniera, con l’obbligo tassativo di farne almeno uno pena l’arresto. Chi non reggeva e provava ad andarsene non era un lavoratore che si licenzia: era un fuggitivo da recuperare. Gli alloggi promessi come “convenienti” erano le baracche di lamiera degli ex campi di prigionia usati dai nazisti durante la guerra: senza acqua, senza gas, senza elettricità, con i servizi igienici all’aperto. Nessun corso di formazione: si scendeva il secondo giorno dall’arrivo, in cunicoli alti ottanta centimetri. Le miniere erano obsolete e in alcune, fino al 1956, i minatori non avevano nemmeno le maschere antigas. Il metodo per individuare il grisù erano i topi: quando scappavano, li si seguiva.

Prima di Marcinelle, in quel decennio, erano già morti in Belgio 520 lavoratori italiani. Poi arrivò l’8 agosto: 262 morti di dodici nazionalità, 136 italiani, 417 orfani di cui 224 nostri connazionali. I dati sono ricostruiti, tra gli altri, da Novecento.org e dall’Editoriale Domani, oltre che dagli atti dell’accordo pubblicati sui portali parlamentari.

Questo è il Paese i cui rappresentanti sindacali, settant’anni dopo, si girano di spalle mentre viene letto il messaggio del Presidente della Repubblica italiana, sul luogo dove i nostri sono morti per il loro carbone. Un sindacato che si dichiara erede della resistenza al fascismo, e che oggi rivendica il gesto come atto antifascista, davanti alla memoria di uomini che il suo Paese fece scendere sottoterra a ottanta centimetri d’altezza, senza maschere, con l’arresto in caso di ripensamento.

Il punto non è nemmeno la scortesia istituzionale. È che a noi, su Marcinelle, il Belgio non ha nulla da insegnare e nulla da dimostrare. Quei morti sono il conto ancora aperto di un baratto in cui la manodopera italiana valeva tonnellate di carbone, e in cui la sicurezza di chi scavava era l’ultima voce del bilancio. Chi oggi si volta di spalle su quel terreno non sta prendendo le distanze dal fascismo: sta prendendo le distanze, ancora una volta, dagli italiani che ha mandato a morire.

di MR Lutzen

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