C’è un genere giornalistico che non conosce crisi: l’agiografia postuma del delinquente. Funziona sempre allo stesso modo. Si attende che il clamore per un fatto di sangue raggiunga il suo apice, poi si va a bussare alla porta della famiglia e si raccoglie il ritratto in controluce di chi non c’è più. Ed ecco che il rapinatore diventa, immancabilmente, un ragazzo d’oro finito in un brutto giro. È accaduto di nuovo in questi giorni, quando un noto quotidiano ha dedicato ampio spazio alla sorella di uno dei due rapinatori uccisi dal gioielliere di Grinzane Cavour, con un titolo confezionato ad arte: «meritava il carcere, non di finire sottoterra».
Nel racconto della sorella, il fratello quarantaquattrenne «non era un mostro». Era, anzi, il perno della famiglia, il cocco di mamma, l’uomo capace di sorridere nei momenti bui, quello che la chiamava a ogni fine trattamento e la trattava «come una principessa». Da bambino scappava in chiesa a fare il chierichetto, poi era finito a fare il caddy sui campi da golf, dove pareva persino promettere qualcosa. Se in seguito è arrivato a rapinare gioiellerie, la colpa è naturalmente delle «cattive amicizie» e delle «situazioni sbagliate». E soprattutto — dettaglio che nel genere non manca mai — «era la prima volta che faceva una rapina».
Peccato che questa prima volta, il 28 aprile 2021, non fu esattamente una scampagnata. Tre uomini fecero irruzione nella gioielleria, minacciarono con un coltello e una pistola il titolare, la moglie e la figlia, svuotarono la cassaforte e tentarono la fuga. Che l’arma fosse un giocattolo lo si è saputo dopo: chi si vede puntare contro una pistola mentre la propria famiglia è tenuta in ostaggio non ha, di norma, il tempo di chiedere il certificato di conformità del giocattolo. Il quadretto del bravo ragazzo dal cuore tenero fatica un po’ a reggere l’urto con la cronaca.
Non si tratta di negare il dolore di una famiglia, che è sempre autentico e sempre rispettabile. Si tratta di notare l’asimmetria. Quando la vittima è chi difende il proprio negozio, il ritratto umano tarda ad arrivare; quando protagonista è chi quel negozio lo assaltava con un coltello, arrivano le interviste, i ricordi d’infanzia, il chierichetto e il campo da golf. È una scelta editoriale, e le scelte editoriali raccontano sempre da che parte guarda chi le compie.
Il contesto, del resto, è incandescente. Pochi giorni fa la Cassazione ha reso definitiva la condanna del gioielliere a 14 anni e 9 mesi. Per i giudici d’appello l’azione dei rapinatori era ormai «completamente cessata»: il titolare inseguì i fuggitivi nel parcheggio e sparò contro la loro auto, trasformandosi — parole della sentenza — in «giudice e boia». Su questo verdetto si è aperta una battaglia politica di rara durezza.
Dal centrodestra è partita in poche ore la mobilitazione per la grazia. Il segretario della Lega ha invocato una firma dell’intera coalizione; in Senato i parlamentari del Carroccio si sono alzati in piedi mostrando la fotografia del condannato, «ti vogliamo libero subito»; il ministro della Difesa ha parlato apertamente di «ingiustizia». Il Guardasigilli, dal canto suo, ha annunciato di aver avviato l’istruttoria per la grazia.
Ed è qui che è arrivato lo schiaffo istituzionale. Il Presidente della Repubblica ha convocato al Quirinale il ministro della Giustizia per ricordargli, nero su bianco, che la grazia è facoltà riservata esclusivamente al Capo dello Stato, come sancito dalla Corte Costituzionale con la sentenza 200 del 2006. Tradotto: il ministro si era mosso su un terreno che non gli compete, e per giunta senza nemmeno avvisare il Colle. Un richiamo pubblico che, nella prosa felpata del Quirinale, suona come una bacchettata sonora.
Sull’altro fronte, l’opposizione ha rivendicato il rispetto delle sentenze e messo in guardia contro la cultura della «difesa fai-da-te» e del Far West; una deputata del Movimento 5 Stelle ha ricordato che la risposta alla criminalità non è armare i cittadini, ma rafforzare lo Stato e le forze dell’ordine sul territorio. Curiosamente, la critica più tagliente è arrivata dalla stessa maggioranza: un parlamentare ha fatto notare che, per aiutare davvero il gioielliere, sarebbe bastato approvare l’emendamento sulla proporzionalità tra difesa e offesa, quello che l’aula ha invece bocciato. «Non si gioca con i processi», ha chiosato. Difficile dargli torto.
Resta, sullo sfondo, la domanda che questo tipo di interviste solleva ogni volta: a chi si dà voce, e con quale tono. È legittimo raccontare il lutto di una famiglia; è meno limpido farlo trasformando un uomo colto in flagranza di rapina in un’anima gentile tradita dalle cattive compagnie. La pietà per i vivi è una cosa, la riscrittura dei fatti è un’altra. E i giornali che scelgono la seconda dovrebbero almeno avere il pudore di ammetterlo.