Quegli strani trasbordi della Sea Watch?

C’è un fotogramma che vale più di mille comunicati stampa. Lo ha ripreso la mattina dell’11 maggio, a 27,7 miglia dalla costa libica, l’aereo di sorveglianza Eagle 1 di Frontex: un uomo in tuta oliva militare, il volto sigillato dal passamontagna per non farsi riconoscere, alza il pollice verso i soccorritori della Sea Watch 5. Ha appena finito di consegnare loro, con la disinvoltura di un corriere che scarica pacchi, alcune dozzine di migranti salpati dalla zona di Sabratha. Niente naufragio, niente SOS, nessun barcone alla deriva: mare piatto, motori al minimo, e quel gesto — l’ok — a certificare la buona riuscita della consegna. Il linguaggio universale della logistica, applicato agli esseri umani.

Le immagini, pubblicate in esclusiva dal quotidiano milanese, hanno spinto la Procura di Brindisi a indagare il comandante olandese della nave per favoreggiamento dell’immigrazione illegale. Doveroso ricordarlo, perché in tempi di forca facile la precisione è un atto di igiene: siamo a un’indagine aperta, non a una sentenza, e un fotogramma resta pur sempre un fotogramma, cioè un istante che qualcuno dovrà spiegare in un’aula. Ma un pollice alzato in mezzo al Mediterraneo, tra chi porta la merce e chi la ritira, è di quelle immagini che si commentano da sole e che mettono in imbarazzo chiunque abbia passato anni a spiegarci che si trattava soltanto di angeli con il giubbotto arancione.

Il più eloquente, in tutta la vicenda, è ciò che nella replica della Ong non c’è. Interpellata sull’appuntamento in mare aperto, la portavoce dell’organizzazione tedesca si è detta «indignata» — vocabolo che negli ultimi anni ha sostituito qualsiasi argomento — e ha spostato il discorso altrove: sulle raffiche che giorni prima, denuncia, le motovedette della cosiddetta guardia costiera libica avrebbero sparato contro la nave, minacciando di dirottarla verso Tripoli. Vicenda seria, sia chiaro, e nemmeno campata in aria: quelle motovedette gliele abbiamo regalate noi. Ma resta un mirabile esercizio di prestidigitazione retorica: alla domanda «perché un trafficante vi salutava con il pollice?» si risponde «guardate là, i libici ci sparano». Del rendez-vous, nel comunicato, nemmeno una sillaba. Il silenzio più fragoroso della stagione.

Da anni ci viene raccontata la solita liturgia: le navi come ambulanze del mare, i soccorritori come samaritani perseguitati da procure cattive e da un mainstream distratto, e chiunque sollevi un dubbio bollato come mostro. Poi arriva un aereo dell’Agenzia europea per le frontiere — non un covo di sovranisti, l’Unione Europea — e filma quello che da queste parti veniva chiamato «complottismo». La nave, va detto, è approdata a Brindisi con 166 persone a bordo, e nessuno festeggia i naufragi. Il punto non è se in mare si debbano salvare le vite: quello non è mai stato in discussione se non nella caricatura che ne fanno i difensori d’ufficio. Il punto è un altro, ed è tutto in quel pollice: soccorso o servizio a domicilio, appuntamento fissato o coincidenza fortunata. La differenza, per chi non vive di indignazione a comando, è esattamente tutta lì.


Il procedimento è allo stato di indagine preliminare: per l’indagato vige la presunzione di non colpevolezza. La ricostruzione dei fatti e le citazioni sono tratte dalle fonti di seguito indicate.

  • Il Giornale — l’esclusiva con i fotogrammi di Frontex e l’ipotesi di reato della Procura di Brindisi: ilgiornale.it
  • Il Fatto Quotidiano — l’apertura dell’indagine, le 166 persone soccorse e la replica della Ong: ilfattoquotidiano.it
  • Sea-Watch — il comunicato ufficiale dell’organizzazione sull’attacco delle motovedette libiche e l’indagine: sea-watch.org

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