Caracas, 25-26 giugno 2026
Una sequenza sismica di eccezionale violenza ha colpito il Venezuela nella notte tra il 24 e il 25 giugno, provocando quello che il Servizio geologico statunitense (USGS) ha definito il terremoto più forte registrato nella regione settentrionale del Paese negli ultimi 126 anni. Il bilancio, in costante e rapido aggravamento, è salito nella giornata del 26 giugno ad almeno 1.000 morti, quasi 5.000 feriti e oltre 52mila dispersi, secondo il ministero della Salute di Caracas. L’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim) stima che la popolazione colpita dal sisma, tra zone distrutte e aree limitrofe, sia di quasi 7 milioni di persone — un dato che si somma agli oltre 8 milioni di venezuelani che, secondo le Nazioni Unite, necessitavano di assistenza umanitaria già prima del terremoto. Tra le vittime sono stati confermati anche due cittadini italiani e almeno quattro spagnoli.
La cronaca della scossa
Tutto è iniziato nel pomeriggio (ora locale) del 24 giugno, quando un primo sisma di magnitudo preliminare 7,0-7,2 ha colpito un’area a circa 28 chilometri a nord-ovest di San Felipe, nello stato di Yaracuy, a poco più di 170 chilometri da Caracas. A distanza di appena 39-41 secondi è arrivata una seconda scossa, ancora più potente, di magnitudo 7,5, con epicentro nei pressi di Yumare, sulla costa centro-settentrionale del Paese. L’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) ha segnalato una profondità della sorgente sismica molto bassa, stimata tra i 3 e i 13 chilometri secondo le diverse rilevazioni, fattore che ha amplificato la violenza delle scosse in superficie. Nelle ore successive sono state registrate almeno venti-trenta scosse di assestamento, oltre a oltre 200 segnalazioni di movimento sismico raccolte in tutto il Paese.
La presidente ad interim Delcy Rodríguez ha dichiarato lo stato di emergenza nazionale, individuando come aree più colpite gli stati di La Guaira, Miranda, Carabobo, Aragua, Falcón, Trujillo e Yaracuy, oltre alla capitale Caracas. Il piccolo centro rurale di Yumare, circa 20mila abitanti, è rimasto totalmente isolato. Allarme tsunami, poi revocato, anche per Porto Rico e le Isole Vergini americane e britanniche; la scossa è stata avvertita distintamente pure in Colombia.
I danni
Lo stato di La Guaira, definito dalle stesse autorità “zona disastrata“, è quello che ha riportato i danni più gravi, con decine di edifici crollati lungo la costa. Anche a Caracas si sono registrati crolli, in particolare nel quartiere di San Bernardino, dove un palazzo è collassato completamente seppellendo diverse persone. L’aeroporto internazionale Simón Bolívar di Maiquetía, lo scalo principale della capitale, ha subito il cedimento di parte delle coperture del terminal e ha dovuto sospendere tutti i voli. Nei minuti successivi alla scossa la rete telefonica è collassata sotto il peso delle chiamate dei milioni di venezuelani residenti all’estero in cerca di notizie dei propri familiari, mentre per motivi di sicurezza è stata sospesa anche l’erogazione del gas in diverse zone. Non risulterebbero invece danni alle infrastrutture petrolifere del Paese, secondo quanto riferito dall’agenzia Reuters. La Pan American Health Organization (Paho) ha censito oltre 90 ospedali esposti a un’intensità sismica di grado 6-7 della scala Mercalli, ed è al lavoro per verificarne la sicurezza strutturale.
Le immagini satellitari diffuse nelle ultime ore — confronti “prima e dopo” scattati da fornitori commerciali come Vantor — mostrano una devastazione su scala più ampia di quanto comunicato nei primi bollettini ufficiali: intere porzioni di tessuto urbano costiero, con marine e impianti sportivi visibili nelle foto precedenti al sisma, appaiono nelle immagini successive ridotte a cumuli di detriti indistinguibili dagli edifici che li circondavano. Si tratta della prima conferma indipendente, dall’alto e non governativa, della scala reale dei crolli nelle zone più colpite.
Il bilancio delle vittime
Il numero delle vittime è salito in modo rapido e continuo nelle ore successive al sisma: dai primi quattro morti confermati nella periferia di Caracas, tra Baruta e Los Salias, il bilancio è passato a 188, poi a 235 nella mattinata del 26 giugno, fino a raggiungere, secondo l’aggiornamento diffuso dalla presidente ad interim Delcy Rodríguez nel pomeriggio dello stesso giorno, almeno 1.000 decessi e 5.000 feriti. Tra le vittime figurano anche un cittadino portoghese, estratto vivo dalle macerie ma deceduto durante il trasporto in ospedale, e almeno quattro cittadini spagnoli, con altri 99 connazionali iberici ancora dispersi secondo il ministero degli Esteri di Madrid. Il ministro dell’Interno venezuelano ha reso noto che a La Guaira, lo stato più colpito, sono crollati almeno 100 edifici, e che oltre 70mila famiglie in tutto il Paese sono rimaste senza casa. Diverse testate hanno riportato, citando segnalazioni social non confermate ufficialmente, episodi di saccheggio in negozi e farmacie danneggiati dal sisma, soprattutto nel settore Caribe di La Guaira; le autorità non hanno diffuso un bilancio ufficiale di questi episodi, mentre reparti di polizia sono stati dispiegati lungo l’asse La Guaira-Caracas.
Non mancano storie a lieto fine in mezzo alla tragedia: a La Guaira tre fratellini sono stati estratti vivi dalle macerie, mentre a Chacao una donna è stata recuperata viva, ancora cosciente, ventiquattro ore dopo il sisma, come riferito dal sindaco Gustavo Duque. Sempre a La Guaira, a circa 36 ore dal terremoto, un’altra donna, Graciela Mora, è stata estratta viva e cosciente dalle macerie di un edificio crollato: alla Bbc ha raccontato di essersi aggrappata allo stipite di una porta finché tutti i piani sopra di lei non sono collassati; i soccorritori l’hanno caricata su una barella tra gli applausi dei presenti.
Nella serata di giovedì la Farnesina aveva confermato la prima vittima italiana, un cittadino italo-venezuelano di 56 anni, nato a Caracas nel 1970 e con parenti in Italia, rimasto coinvolto nel crollo di un edificio a La Guaira, circa 30 chilometri da Caracas; nella notte è arrivata la conferma di un secondo connazionale deceduto. Il capo dell’Unità di crisi del ministero degli Esteri, Nicola Minasi, ha riferito che proprio nell’area di La Guaira si registrano molte segnalazioni di connazionali che non rispondono, e che sono in corso verifiche su numerosi italiani tramite il consolato generale di Caracas e quello di Maracaibo. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani aveva già avvertito nelle prime ore che, data l’ampiezza della comunità italo-venezuelana nel Paese (oltre 140mila persone con doppio passaporto, di cui oltre 65mila solo nell’area di Caracas), non si poteva escludere che qualcuno fosse rimasto intrappolato sotto le macerie; nelle prime ore l’ambasciatore a Caracas Giovanni Umberto De Vito aveva invece escluso vittime italiane, un quadro poi rivisto radicalmente nelle ore successive. Va segnalato che, data la vastissima presenza di cognomi di origine italiana nella popolazione venezuelana — eredità delle ondate migratorie del secondo dopoguerra — è plausibile che il numero reale di persone con origini italiane coinvolte nel sisma superi le due vittime finora confermate dalla Farnesina; resta tuttavia un’ipotesi da verificare caso per caso attraverso i canali consolari, non un dato accertato.
Sul fronte dei dispersi, il quadro resta frammentato e in continua evoluzione, con cifre che variano sensibilmente da fonte a fonte. La piattaforma indipendente Desaparecidos Terremoto Venezuela, nata per raccogliere le segnalazioni di persone scomparse, è passata nel giro di poche ore da circa 20mila a 28mila, poi 36mila, 42mila e infine oltre 52.000 segnalazioni nella mattinata del 26 giugno: un’escalation che riflette più la rapidità con cui arrivano nuove segnalazioni spontanee — complicate dal collasso delle telecomunicazioni — che un reale aggravamento del bilancio reale. I dati ufficiali del governo venezuelano, diffusi separatamente, sono rimasti per gran parte della giornata nell’ordine delle 20-40mila unità, segno della differenza tra conteggi istituzionali e segnalazioni cittadine non sempre aggiornate quando una persona viene ritrovata.
Il blocco delle comunicazioni e la censura informativa
Sull’affidabilità di qualsiasi numero pesa anche un fattore strutturale che precede il terremoto: il Venezuela limita da tempo l’accesso a Internet e ai social media. Il social network X era bloccato dall’agosto 2024 per ordine del governo di Nicolás Maduro, nel quadro delle restrizioni imposte dopo le contestate elezioni presidenziali del 28 luglio di quell’anno. Dopo il sisma, funzionari delle Nazioni Unite presenti in Venezuela hanno chiesto esplicitamente al governo di allentare le restrizioni per consentire l’accesso a informazioni salvavita, e nelle ore successive numerosi cittadini sono riusciti a tornare ad accedere a X senza bisogno di Vpn, come riportato da Sky News: un blocco durato quasi due anni revocato di fatto solo sotto la pressione di un’emergenza nazionale. Il provvedimento non è stato annunciato ufficialmente dal governo della presidente ad interim Delcy Rodríguez.
Il leader dell’opposizione in esilio in Spagna, Edmundo González, ha definito la situazione non una semplice interruzione di rete dovuta al sisma, ma un “blocco informativo sistematico e di lunga data” che si è sommato al disastro: secondo González, i venezuelani all’estero non riescono a sapere se i propri familiari sono al sicuro, mentre chi si trova nel Paese non ha potuto comprendere subito la reale portata dell’accaduto, ricevendo le notizie soprattutto grazie ai cronisti presenti sul territorio. Un’ulteriore dimensione del problema è stata segnalata dall’ong Comité por la Libertad de los Presos Políticos, secondo cui le famiglie dei prigionieri politici non dispongono di alcun canale ufficiale per sapere se i propri cari, detenuti in strutture situate nelle zone colpite dal sisma, siano rimasti incolumi.
Il “miracolo” dei telefonini: l’allerta Android arrivata 30 secondi prima
Tra le storie emerse nelle ultime ore c’è quella di chi, nei quartieri meno colpiti di Caracas, ha avuto il tempo di scendere in strada prima che le case crollassero. A Macaracuay, nella zona est della capitale, diversi residenti hanno raccontato di aver ricevuto sul telefono un allarme sismico circa 30 secondi prima che la scossa si facesse sentire — tra loro Patricia Aloy, che collabora con l’ambasciata italiana a Caracas, e che ha raccontato all’Ansa di essere corsa fuori di casa nel momento esatto in cui il cellulare ha lanciato il segnale.
Il meccanismo è l’Android Earthquake Alerts System, attivo dal 2021 in quasi un centinaio di Paesi (non in Italia) e descritto da Google in uno studio pubblicato su Science nel luglio 2025. Il sistema sfrutta gli accelerometri — i sensori che ruotano lo schermo — di miliardi di smartphone come una rete sismica distribuita: quando più telefoni nella stessa zona rilevano contemporaneamente le onde P, le prime e più veloci a propagarsi (7-13 km/s), un server centrale stima in pochi istanti posizione e magnitudo del sisma e invia un avviso — che viaggia quasi alla velocità della luce — verso le aree che le onde S, più lente (4-7 km/s) ma molto più distruttive, non hanno ancora raggiunto. Non si tratta quindi di una previsione: il sistema rileva il terremoto solo dopo che è già iniziato, e la finestra di preavviso, di pochi secondi, si restringe quanto più si è vicini all’epicentro — motivo per cui le stime di magnitudo mostrate nell’avviso iniziale (basate sui primi dati disponibili) sono spesso provvisorie e più basse di quella reale, poi corretta nelle ore successive dagli istituti sismologici.
Per il sisma venezuelano è stato emesso un avviso di livello “Take Action” — il più alto dei due previsti dal sistema, riservato a scosse di intensità moderata o severa, che accende lo schermo del telefono e fa scattare un allarme sonoro. Dal lancio nel 2021 il sistema ha rilevato oltre 18mila terremoti e inviato complessivamente 790 milioni di allerte in tutto il mondo, portando l’accesso globale ai sistemi di allerta sismica precoce da circa 250 milioni di persone nel 2019 a circa 2,5 miliardi oggi, secondo i dati diffusi da Google. Restano, però, i limiti già evidenziati dagli esperti: l’allerta non sostituisce edifici antisismici né piani di emergenza, e in alcuni casi può arrivare durante la scossa stessa o addirittura dopo, quando non è più utile.
Le stime e la risposta internazionale
Le valutazioni preliminari dell’USGS, basate sui modelli di impatto utilizzati per i grandi terremoti, indicano che il bilancio finale delle vittime potrebbe arrivare, nello scenario peggiore, a diverse migliaia, fino a un’ipotesi di oltre 10mila morti se le operazioni di soccorso non riuscissero a raggiungere in tempo le aree più isolate. Si tratta di stime statistiche, non di conteggi reali, ma che riflettono la gravità della sequenza sismica e l’estensione delle aree coinvolte.
Sul piano internazionale la mobilitazione è cresciuta di pari passo con il bilancio. Gli Stati Uniti, dopo un primo messaggio del presidente Donald Trump, hanno mobilitato 150 milioni di dollari in aiuti tramite organizzazioni partner come l’Oim, World Vision e il Programma Alimentare Mondiale, oltre a due navi militari, aerei ed elicotteri a supporto dei soccorsi; il Dipartimento del Tesoro ha inoltre sospeso fino al 23 ottobre alcune sanzioni in vigore contro Caracas, per consentire le transazioni legate agli aiuti umanitari altrimenti vietate. L’Unione europea ha attivato il proprio Meccanismo di protezione civile, mobilitando oltre 520 soccorritori da Repubblica Ceca, Spagna, Italia, Francia, Germania, Portogallo e Paesi Bassi, personale medico italiano e apparecchiature per le telecomunicazioni dal Lussemburgo. Il Fondo Monetario Internazionale ha stanziato 200 milioni di dollari per la ricostruzione di infrastrutture, ospedali e abitazioni; l’Unicef stima che 3,9 milioni di bambini vivano nelle aree colpite. Papa Leone XIV ha inviato un primo aiuto di 100mila euro tramite l’Elemosineria Apostolica, mentre la Cei ha destinato 500mila euro dai fondi dell’8xmille tramite Caritas. L’Italia ha attivato il Dipartimento della Protezione Civile e un contingente di vigili del fuoco con squadre Usar, mentre il ministro della Difesa Guido Crosetto ha garantito la disponibilità di mezzi e personale militare. Tra gli interventi privati, Starlink ha annunciato la connettività satellitare gratuita fino al 25 luglio per le zone colpite.
Il disastro arriva in un momento di particolare fragilità per l’economia venezuelana: proprio nei giorni scorsi il Financial Times aveva rivelato che Caracas si prepara a una delle più grandi ristrutturazioni del debito sovrano della storia, con un debito pubblico complessivo stimato attorno ai 240 miliardi di dollari. Un quadro finanziario già compromesso su cui la catastrofe naturale rischia ora di pesare ulteriormente, rendendo più difficile e costosa la fase di ricostruzione.
Bilancio provvisorio aggiornato al pomeriggio del 26 giugno 2026; i numeri sono in continua e rapida evoluzione e potrebbero essere rivisti nelle prossime ore.