C’è una cosa che i paladini europei del dialogo, del soft power, della diplomazia permanente non hanno mai voluto ammettere, forse perché ammetterla smonta decenni di retorica: se Putin non ha attraversato la Polonia, se Trump tratta ancora l’Europa come un interlocutore anziché come un protettorato, se i paesi del Golfo e del Medio Oriente continuano a sedersi al tavolo con Bruxelles invece di ignorarla, non è per la finezza argomentativa dei nostri commissari. È perché dietro i portasecchia che vanno a dialogare ci sono tre guardie del corpo armate fino ai denti con il cannone spianato. Siamo tutti molto bravi a presentarci disarmati davanti al bullo di turno quando sappiamo di avere protezione armata alle nostre spalle. La domanda che nessuno in Europa vuole farsi è semplice e brutale: se quelle guardie del corpo non ci fossero, il bullo ci ascolterebbe ancora?
La risposta la conoscono tutti, e il fatto che nessuno la dica ad alta voce è già di per sé una forma di ipocrisia politica. Non sono le parole a far ragionare chi ragiona solo di fronte alla forza. Sono le armi. Sono i missili, le portaerei, i satelliti spia, i sottomarini nucleari. È l’industria pesante che li produce. Ed è proprio quell’industria — italiana, francese, britannica — che una certa minoranza istituzionale, rumorosa e irresponsabile, vorrebbe ridimensionare in nome di una purezza pacifista che sopravvive solo grazie all’esatto contrario di ciò che predica.
Partiamo dall’Italia, perché è il caso più clamoroso di paese che non sa — o non vuole — raccontarsi per quello che è davvero. L’immaginario collettivo — quello nostro e quello di chi ci guarda da fuori — si ferma a pizza, partigiano e Bella Ciao. Nel migliore dei casi, al fante con il fucile. E già lì parliamo di eccellenza: la Beretta ARX160 è uno dei migliori fucili d’assalto in circolazione, esportato in mezzo mondo, figlio di una tradizione armiera che da Gardone Val Trompia dura da cinque secoli. Ma il vero peso geopolitico italiano è su acqua e in cielo. Fincantieri costruisce a Muggiano, Riva Trigoso e Monfalcone le fregate FREMM — di qualità tale che gli stessi americani le hanno ordinate per la US Navy — i Pattugliatori Polivalenti d’Altura della classe Thaon di Revel, i sottomarini U212 NFS. E qui vale la pena dirlo senza troppi giri di parole: quello che ci para il culo nel Mediterraneo non è l’Aquarius, non è la Mare Jonio, non è la Ocean Viking. È la Cavour — 27.100 tonnellate, F-35B imbarcati — e la sua gemella Trieste, 33.000 tonnellate, LHD di nuovissima generazione entrata in servizio nel 2023 e anch’essa F-35B capable. Due unità operative. Quante ne ha la Francia? Una. Quante il Regno Unito? Due, come noi. L’Italia è in parità con Londra e davanti a Parigi nella proiezione navale, e quasi nessun italiano lo sa. Leonardo — ex Finmeccanica — produce gli elicotteri AW101, AW139, AW149, l’addestratore M-346 venduto in tutto il mondo, i sistemi radar e l’elettronica di bordo che fanno funzionare la maggior parte delle piattaforme NATO. OTO Melara, oggi inglobata in Leonardo, sforna i cannoni navali 76/62 Super Rapido e i 127/64 Vulcano che equipaggiano flotte di ogni continente. MBDA Italia produce i missili Aster, gli Otomat-Teseo, i Marte. Iveco Defence Vehicles costruisce il Centauro, il VBM Freccia, il Lince LMV — i mezzi corazzati che reggono ogni operazione di terra. E poi lo spazio: Thales Alenia Space e Telespazio gestiscono la costellazione COSMO-SkyMed di osservazione radar e il sistema SICRAL di telecomunicazioni militari, mentre Avio a Colleferro costruisce il lanciatore Vega-C, che ci dà accesso autonomo all’orbita. Questa è l’Italia che pesa nei rapporti di forza internazionali. Non quella che firma appelli.
La Francia ha fatto la scelta che noi italiani non abbiamo mai osato fare: la deterrenza nucleare autonoma, la force de frappe. Quattro sottomarini lanciamissili strategici della classe Le Triomphant — ciascuno armato con missili balistici intercontinentali M51, da sei a dieci testate nucleari indipendenti — costituiscono la componente subacquea. Quella aerea la garantiscono i Rafale dell’Armée de l’Air e della Marine Nationale con il missile da crociera nucleare ASMPA, in attesa del successore ipersonico ASN4G. Circa 290 testate operative totali. È l’unica deterrenza nucleare pienamente sovrana dell’Unione Europea, ed è la vera ragione per cui anche Mosca, quando parla con Parigi, abbassa leggermente il tono. Non per l’eleganza del francese diplomatico.
Il Regno Unito, fuori dall’Unione ma dentro ogni asse che conta, porta il contributo storico che conosce meglio: il mare e l’aria. Le portaerei HMS Queen Elizabeth e HMS Prince of Wales, 65.000 tonnellate ciascuna con F-35B imbarcati, i sette sottomarini d’attacco nucleare della classe Astute, i quattro SSBN Vanguard con i Trident II in attesa della nuova classe Dreadnought, i cacciatorpediniere Type 45, le fregate Type 26 in costruzione a Glasgow. In aria, Typhoon e F-35B affiancati dai missili da crociera Storm Shadow, già impiegati in più teatri operativi. E il futuro: con Italia e Giappone, Londra guida il programma GCAP per il caccia di sesta generazione — il Tempest — atteso in servizio entro il 2035.
Ci sono due fatti storici che il politically correct ha sepolto sotto strati di antifascismo performativo. Il primo: l’URSS si fermò a Trieste e a Berlino nel 1945 non perché Stalin avesse buon cuore, non per il rispetto dei trattati, non per la forza persuasiva della diplomazia. Si fermò perché davanti aveva gli eserciti alleati col fucile puntato. Il secondo è una frase del 1939 che oggi nessuno oserebbe citare in pubblico senza tremare, eppure descrive con precisione chirurgica i rapporti tra stati che nessun commissario europeo ha mai eguagliato: «Comunque si svolgano gli eventi, noi desideriamo che non si parli più di fratellanza, di sorellanza, di cuginanza e di altrettali parentele bastarde, poiché i rapporti tra gli Stati sono rapporti di forza e questi rapporti di forza sono gli elementi determinanti della loro politica.» Lo disse Benito Mussolini il 26 marzo 1939. Stesso concetto, cinque anni prima, in un altro discorso: «L’aratro traccia il solco, ma è la spada che lo difende.» Scandalizzati? Prego, sentite allora chi fascista non era. Winston Churchill, nel discorso del Sipario di Ferro a Fulton, marzo 1946: «Sono convinto che non vi sia nulla che i russi ammirino quanto la forza, e nulla per cui abbiano meno rispetto della debolezza, in particolare della debolezza militare.» John Kennedy, nel discorso inaugurale del 20 gennaio 1961: «Non osiamo tentarli con la debolezza. Solo quando le nostre armi saranno sufficienti oltre ogni dubbio potremo essere certi oltre ogni dubbio che non verranno mai impiegate.» Dwight Eisenhower ne fece dottrina di Stato: peace through strength — pace attraverso la forza — fu il principio che guidò la sua presidenza per otto anni, fondato sulla deterrenza nucleare massiccia. Mussolini, Churchill, Kennedy, Eisenhower. Un fascista e tre padri della democrazia occidentale. Tutti e quattro dicono la stessa identica cosa. Forse, prima di accusare chi vuole riarmare l’Europa di nostalgie autoritarie, varrebbe la pena rifletterci.
Questo è ciò che ci difende. Cantieri, satelliti, sottomarini, portaerei, missili, industria pesante, ricerca avanzata. Le guardie del corpo armate senza le quali il portasecchia verrebbe preso a calci al primo appuntamento. Disarmare l’Europa, ridimensionarne l’industria della difesa, svuotarne i bilanci militari in nome di un pacifismo che funziona solo perché quegli arsenali esistono: è come licenziare le guardie del corpo convinti di essere diventati abbastanza simpatici da non averne più bisogno. Il bullo non ragiona di simpatia. Ragiona di rapporti di forza. E i rapporti di forza, in questo continente, sono ancora a nostro favore — non per merito dei comunicati di Strasburgo, ma per merito di chi quei cannoni li ha progettati, costruiti e tenuti puntati.