Quando Torino fu la capitale dell’intelligenza artificiale (e nessuno se ne accorse)

C’è un vizio antico, in questo Paese, che si manifesta con regolarità sospetta ogni volta che qualcosa di importante accade lontano dai riflettori romani o milanesi. Lo si potrebbe chiamare distrazione, ma sarebbe troppo generoso. È piuttosto una forma di cecità selettiva, una incapacità strutturale di riconoscere il valore di ciò che nasce in provincia, anche quando la provincia in questione si chiama Torino e quando ciò che vi nasce cambia, di fatto, le regole del gioco.

Prendiamo Olivetti. Nel 1965, a Ivrea, un ingegnere di nome Pier Giorgio Perotto presentò al mondo la Programma 101: il primo personal computer della storia. Non un prototipo da laboratorio, non un esperimento accademico, ma una macchina vera, vendibile, funzionante, che la NASA acquistò a decine per calcolare le traiettorie della missione Apollo 11. Gli americani la copiarono spudoratamente, finirono per dominare il mercato mondiale, e di Ivrea non si parlò più. Ancora oggi, se si chiede a uno studente italiano chi abbia inventato il personal computer, risponderà Steve Jobs o Bill Gates. La risposta corretta sarebbe stata Olivetti, ma la risposta corretta richiede memoria, e la memoria è una virtù che gli italiani riservano alle sconfitte, mai alle vittorie.

Quarantacinque anni dopo la Programma 101, sempre in Piemonte, sempre a Torino, accadde qualcosa di analogo, e con esiti rigorosamente identici. All’inizio del decennio scorso, all’interno di una azienda sanitaria locale — la ASL TO2 Torino Nord, niente di esotico, niente di blasonato — un piccolo gruppo di tecnici e dirigenti cominciò a lavorare a un sistema integrato per la digitalizzazione e la conservazione a norma di legge dell’intero ciclo documentale sanitario. A guidare il versante più squisitamente algoritmico del progetto fu un tecnico esperto di informatica ormai fuori servizio, un nome che oggi non figura in nessuna classifica internazionale e che nessuno si è mai preoccupato di ricordare: fu lui, in solitudine quasi monastica, a concepire l’algoritmo che risolse i nodi tecnici considerati allora insormontabili, e fu da quell’algoritmo che tutto il resto poté prendere forma. Lo chiamarono DiPSA, Digitalizzazione dei Processi Sanitari ed Amministrativi. Conteneva, sotto la superficie burocratica del nome, componenti di automazione intelligente che incorporavano logiche derivate dalla ricerca sulle reti neurali, allora ancora confinata negli ambienti accademici. Era, in sostanza, il primo sistema del suo genere nella pubblica amministrazione italiana. Mentre nel resto del Paese si discuteva ancora se fosse o meno il caso di scannerizzare le cartelle cliniche, a Torino erano già oltre. Molto oltre. Esattamente nello spirito di Ivrea cinquant’anni prima: senza proclami, senza piani strategici nazionali, senza il permesso di nessuno. Solo persone che lavoravano.

Quello che seguì sembrerebbe, a leggerlo oggi, una catena di riconoscimenti capace di costruire una reputazione internazionale: SMAU Milano nel 2012 e nel 2014, SmartCity Torino nel 2013, Forum PA nel 2013, Premio E-GOV nel 2013, SMAU Torino nel 2015. A questi si aggiunse una menzione della Presidenza della Repubblica, di quelle che le aziende ospedaliere normalmente incorniciano e mostrano per decenni. Alle presentazioni pubbliche del sistema sedevano in platea Fassino, Maroni, l’allora ministro della Pubblica Amministrazione Gianpiero D’Alia, e il presidente di Confindustria Giorgio Squinzi. I partner industriali erano Intesa Sanpaolo, Unimatica, Infogroup. Sulla stampa specializzata di settore se ne parlò, certo, in quel modo discreto e tecnico che la stampa specializzata riserva alle cose tecniche. Ma sulla stampa generalista nulla, o quasi nulla. Sul racconto pubblico del Paese, niente. Sul mito nazionale dell’innovazione italiana, zero assoluto.

Premiazione del Sistema DiPSA al Forum PA 2013
Forum PA, Roma, maggio 2013. Da sinistra: Pier Carlo Sommo, il ministro Gianpiero D’Alia, Marco Ranaldo (autore del DiPSA), Giorgio Squinzi e Carlo Mochi Sismondi.

Non c’è qui alcuna teoria del complotto da invocare. Non servono dietrologie, non servono accuse di sabotaggio. La verità è più banale e più desolante. In Italia un sistema all’avanguardia nato in una ASL torinese non interessa a nessuno, per il semplice fatto che non è nato nel posto giusto, non porta il nome giusto, non è stato annunciato con la conferenza stampa giusta. Se la stessa cosa fosse accaduta a Boston, oggi staremmo studiando il caso DiPSA nei master di management sanitario. Essendo accaduta a Torino, in via dei Mille, in un ufficio dove si lavorava davvero, viene ignorata con quella ostinazione tipicamente italiana che non distingue tra umiltà e provincialismo.

Eppure, a guardare i fatti con occhio appena meno distratto, ci si accorge che per qualche anno Torino fu davvero la capitale italiana dell’intelligenza artificiale applicata. Non c’erano startup unicorno, non c’erano fondi di venture capital, non c’erano pitch in inglese sgrammaticato davanti a investitori californiani. C’erano ingegneri, medici, dirigenti pubblici, e un vecchio tecnico in pensione, che lavoravano in silenzio a un sistema che funzionava, e che ottenne risultati misurabili tanto sul piano della efficienza quanto su quello del risparmio per la collettività. La differenza tra Ivrea 1965 e Torino 2010 è tutta qui: cambiano i protagonisti, cambia la tecnologia, cambia il settore. Ma il copione resta lo stesso, recitato con la fedeltà tediosa di chi non vuole imparare.

Ora che dell’intelligenza artificiale si parla tutti i giorni, e che ogni amministratore di provincia si sente in dovere di pronunciare almeno una volta al mese le parole “machine learning” senza sapere bene cosa significhino, sarebbe il caso, forse, di rileggere la storia recente con qualche scrupolo in più. Sarebbe il caso di ricordare che, prima dei convegni internazionali e dei piani strategici nazionali, c’è stata una stagione in cui un’azienda sanitaria torinese costruiva il futuro senza chiedere permesso. E che, fedele alla tradizione italiana, quel futuro fu prontamente dimenticato non appena smise di essere comodo ricordarlo.

Resta da capire se sia ancora possibile, in un Paese così, fare innovazione senza pentirsene. Olivetti, evidentemente, riteneva di no. La ASL TO2, per qualche anno, provò a dimostrare il contrario. Il risultato, da entrambe le parti, è esattamente lo stesso: una targa, un libro, una menzione, e il silenzio.

Rispondi