Lo davano per finito, e nella notte gli exit poll sembravano dare ragione a chi lo pensava: la coalizione di Gadi Eisenkot era in vantaggio con 52-53 seggi contro 50. Poi è cominciato lo spoglio, e il quadro si è ribaltato. Con oltre il 77% delle schede scrutinate, il blocco di Benjamin Netanyahu è a 54 seggi e quello di Eisenkot a 49. Il Likud è di nuovo il primo partito d’Israele: a metà spoglio aveva il 20,8%, contro il 17% di Yashar, il partito di Eisenkot.
Gli israeliani sono andati a votare in massa. L’affluenza è stata del 77,7%, circa otto punti in più rispetto al 2022 e la più alta dal 1999, con circa 5,7 milioni di votanti. E il primo partito è ancora il suo.
Nessuno dei due schieramenti arriva alla maggioranza di 61 seggi su 120. Ma i numeri dell’opposizione tornano soltanto mettendo insieme i partiti arabi, che lo spoglio accredita di 16-18 seggi. Netanyahu ha già chiuso quella porta: vuole «un ampio governo di destra nazionale, forte» e farà di tutto per impedire un esecutivo sostenuto dalle liste arabe. Mancano ancora i voti della «doppia busta», quelli di militari e assenti. I risultati definitivi sono attesi in serata, quelli ufficiali dal 4 novembre.
Da Washington è arrivato anche Donald Trump: «Penso che il mio sostegno, quando è arrivato, lo abbia aiutato molto». Netanyahu parla di un’«occasione storica», insieme al presidente americano, per chiudere la minaccia iraniana.
Per mesi è stato raccontato come un leader al capolinea, schiacciato dalla guerra, dalle piazze e dai processi. Le urne lo hanno rimesso al centro della partita, e chi lo dava per sconfitto dovrà rifare i conti.
Foto: Avi Ohayon, CC BY-SA 3.0, via Wikimedia Commons.