Sabato 10 ottobre, prima di partire per un comizio in Tennessee, Donald Trump ha detto che “è giunto il momento che l’Ucraina abbia un nuovo presidente” e ha suggerito a Kiev di trovare “un nuovo leader in grado di raggiungere un accordo”. Volodymyr Zelensky, secondo lui, “avrebbe potuto porre fine a questa guerra in molte occasioni”. Il criterio è chiaro: chi non porta a casa l’accordo se ne deve andare. Applichiamolo a chi lo ha enunciato.
L’accordo in ventiquattro ore lo aveva promesso Trump, non Zelensky. In campagna elettorale, nel 2024, assicurava che avrebbe chiuso la guerra in un giorno. È alla Casa Bianca dal 20 gennaio 2025: sono passati oltre venti mesi e l’accordo non c’è. C’è invece un’intesa con Mosca sul diesel: dopo una telefonata di circa un’ora e mezza con Vladimir Putin, descritta come “molto intensa e amichevole”, gli Stati Uniti hanno sospeso le sanzioni sul gasolio russo. Negli stessi giorni un bombardamento russo su Zaporizhzhia ha ucciso 20 persone, tra cui tre bambini. Zelensky lo ha chiamato il “ringraziamento” di Mosca.
Il motivo dell’irritazione, secondo le fonti citate dall’Ansa, è il prezzo dell’energia in America. Trump vuole che Kiev smetta di colpire le raffinerie russe, perché ritiene che quegli attacchi facciano salire i prezzi negli Stati Uniti, a poco più di tre settimane dalle elezioni di metà mandato. “Può fare ciò che vuole, ma non può colpire le raffinerie”, ha detto di Zelensky. Ai colloqui di Miami, sempre secondo l’Ansa, Washington avrebbe minacciato di interrompere la condivisione di intelligence, e la delegazione ucraina è ripartita in anticipo.
Il rincaro, però, ha prima di tutto un’altra origine, e porta la firma di Trump. A febbraio la sua amministrazione ha avviato, insieme a Israele, la guerra contro l’Iran. Teheran ha risposto chiudendo lo Stretto di Hormuz, e i prezzi di petrolio e gas sono schizzati. Il 4 settembre, secondo i dati dell’associazione automobilistica Aaa, il diesel negli Stati Uniti ha toccato il record storico di 5,85 dollari al gallone, sopra il picco del 2022. Il conto di una guerra scelta da Washington viene ora presentato a Kiev, a cui si chiede di combattere con una mano legata perché a novembre in America si vota.
Questo doppio metro a Trump lo ha già rimproverato anche Giorgia Meloni. A giugno, in uno scontro pubblico con il presidente americano, che diceva di non volerla più “come fan”, la presidente del Consiglio gli ha rimproverato, secondo quanto riportato da Fanpage, di non avere con i nemici dell’Occidente la stessa determinazione che usava contro di lei, e di essere con loro molto più accondiscendente. Parlava di un altro dossier, il Medio Oriente. Sabato lo stesso schema si è visto sull’Ucraina, in una sola giornata: un nuovo presidente chiesto all’alleato invaso, sanzioni sospese all’invasore. Kirill Dmitriev, inviato di Putin, ha definito la frase “iconica e storica”. A Bruxelles Kaja Kallas ha ricordato che gli attacchi russi hanno ucciso oltre 80 civili in due giorni. Per la Russia, dove lo stesso uomo è al potere dal 2000, nessun suggerimento di cambiare presidente. Attaccare gli alleati e accordarsi con i nemici è un paradosso: non serve essere europei per trovarlo inconcepibile, basta il buon senso.
Su Zelensky un punto vero c’è, e va detto. La scadenza naturale del suo mandato era nel 2024 e non si è votato, perché la legge ucraina vieta le elezioni sotto legge marziale. È un problema reale. Ma quando e come votare lo decidono gli ucraini, non il presidente di un altro Paese.
Chi invece ha un calendario elettorale è l’America. Il 3 novembre si rinnova il Congresso. L’ultimo sondaggio AP-NORC, di fine settembre, dà l’approvazione di Trump al 31%, il dato più basso dei suoi due mandati. Le midterm non cambiano il presidente: il mandato scade nel gennaio 2029 e la Costituzione gliene vieta un terzo. Ma possono togliergli il Congresso, e dire che cosa pensano gli americani di un presidente che sospende sanzioni a chi bombarda e chiede un nuovo leader a chi è bombardato. Se il metro è saper chiudere un accordo, il presidente da cambiare sta a Washington. A deciderlo, lì, saranno gli elettori.