A sentire il racconto quotidiano, l’Italia è un Paese fermo in attesa del prossimo crollo. I numeri dell’Istat dicono altro. Nel secondo trimestre del 2026 il Pil è salito dello 0,2%, e la fase di crescita iniziata nell’estate 2025 non si è più interrotta: quattro trimestri di fila con il segno più. La crescita già acquisita per l’anno è dello 0,8%.
Sono numeri piccoli, ed è giusto dirlo. Ma vanno letti nel loro contesto: il conflitto tra Stati Uniti e Iran, il blocco temporaneo dello Stretto di Hormuz, il Brent a 91 dollari in agosto, i prezzi dell’energia saliti del 17% in un anno. Un’economia descritta come fragilissima ha attraversato uno shock energetico senza finire in recessione.
Il dato più solido è il lavoro. Gli occupati sono 24 milioni e 370 mila, la disoccupazione è al 5,8% contro il 6,4% dell’area euro. In cinque anni gli occupati sono aumentati di circa 1,6 milioni, i disoccupati sono 787 mila in meno, gli inattivi oltre un milione in meno. E non è lavoro precario: i contratti stabili sono passati dal 65,4 al 68% degli occupati, quelli a termine sono scesi dal 12,8 al 10,2%.
A spingere il Pil sono state le famiglie: la spesa è cresciuta dello 0,4% nel trimestre, dopo il +0,5% del precedente, e i beni durevoli dello 0,9%. Chi compra un’auto o una cucina nuova non si sta preparando al disastro. Nel primo semestre le esportazioni in valore sono salite del 4,5%, con la Cina a +19% e gli Stati Uniti a +2%.
Sul Corriere, Federico Fubini lega la ripresa del made in Italy al boom americano dell’intelligenza artificiale, che chiede cavi, turbine e impianti prodotti in Europa. Può essere il motore dei prossimi mesi. Fin qui, però, è una crescita fatta in casa: la domanda interna ha dato 0,3 punti, quella estera netta ne ha tolti altrettanti.
Nessuno sostiene che vada tutto bene. Il valore aggiunto dell’industria è sceso dell’1% nel trimestre, l’area euro è cresciuta dello 0,6%, la disoccupazione giovanile è al 18,9%, l’inflazione è tornata al 3,2%. E l’aumento dell’occupazione si concentra tra i 50-64enni, anche per effetto dell’invecchiamento e delle riforme pensionistiche.
Ma tra “tutto va male” e “tutto va bene” c’è un Paese che lavora di più, spende e tiene botta. Raccontarlo non è ottimismo: è cronaca.
Fonte: Istat, Nota sull’andamento dell’economia italiana, 10 settembre 2026.