Insulti agli agenti sui social: non è libertà di parola, può essere diffamazione. Querelate

Nei giorni scorsi la Questura di Torino ha pubblicato su Facebook la foto di un sequestro di droga: due agenti accanto a un tavolo coperto di buste, banconote e bilancini. Sotto sono arrivati gli applausi e, come sempre, anche gli insulti. Un utente ha definito gli agenti dell’antidroga «fondi di latrina». Verangela Vera Marino è intervenuta per difenderli e ha chiesto provvedimenti contro quelle parole. Risultato: è stata insultata a sua volta, con un altro utente che l’ha apostrofata come «la loro fogna».

Commenti offensivi sotto il post della Questura di Torino
I commenti sotto il post della Questura di Torino. I nomi degli autori sono stati oscurati dalla redazione.

Non sono opinioni. Sono offese pubbliche, che la legge può punire come diffamazione aggravata.

L’articolo 595 del codice penale punisce chi offende la reputazione altrui comunicando con più persone. Se l’offesa passa da un mezzo di pubblicità, la pena sale: reclusione da sei mesi a tre anni o multa non inferiore a 516 euro. La Cassazione ha chiarito più volte che un post o un commento su un social network rientra in questa ipotesi, perché raggiunge un numero indeterminato di persone. Lo schermo non attenua la responsabilità: la aggrava.

Chi scrive «fondi di latrina» non sta criticando il proibizionismo, che è un tema legittimo di dibattito. Sta insultando persone riconoscibili, i reparti antidroga di una Questura precisa, che fanno un lavoro rischioso. E chi dà della «fogna» a una donna che ha preso le difese degli agenti non partecipa a una discussione: la aggredisce.

«La sicurezza dei cittadini non si difende vessando chi la garantisce»

«Sono intervenuta perché non accetto che chi ogni giorno lavora per garantire la sicurezza dei cittadini venga lasciato solo davanti ad attacchi, pressioni e comportamenti che rischiano di delegittimare il suo ruolo».

È questa la posizione di Verangela Vera Marino, raggiunta da Disciplina Nazionale, che rivendica la scelta di essere intervenuta in una vicenda che, a suo giudizio, pone una questione che va ben oltre il singolo episodio.

«Qui non è in discussione il diritto di criticare. La critica, anche aspra, è legittima e appartiene alla democrazia. Ma una cosa è criticare l’operato di una persona o di un’istituzione; altra cosa è insultare, diffamare o calunniare. Non possiamo accettare che il confronto pubblico degeneri fino a colpire la dignità di chi svolge un servizio nell’interesse della collettività».

Marino ribadisce che chi garantisce la sicurezza dei cittadini deve essere messo nelle condizioni di svolgere il proprio lavoro con serenità, dignità e rispetto, senza che questo significhi sottrarre nessuno alle critiche o al controllo democratico.

«Non chiedo privilegi e non voglio privilegi per nessuno. Chiedo una cosa molto più semplice: che le regole valgano per tutti. Se qualcuno ritiene che un operatore, un appartenente alle istituzioni o un professionista abbia sbagliato, lo dica, lo dimostri e lo contesti nelle sedi appropriate. Ma non si può trasformare la critica in una macchina di delegittimazione personale».

E aggiunge: «Il punto politico è proprio questo: non possiamo pretendere sicurezza, legalità e rispetto delle istituzioni e, contemporaneamente, tollerare che chi quelle istituzioni rappresenta venga esposto a vessazioni e attacchi personali. Difendere chi lavora per la sicurezza dei cittadini non significa difendere ogni comportamento o ogni decisione: significa difendere il principio che nessuno debba essere umiliato o intimidito per il ruolo che svolge».

Marino conclude con una posizione netta: «Continuerò a dire ciò che penso assumendomi pienamente la responsabilità delle mie parole. La democrazia vive di confronto, anche duro. Ma il confronto politico non può diventare una licenza di offendere, e la libertà di critica non può essere confusa con il diritto di calunniare. Le differenze si affrontano con gli argomenti, non con le intimidazioni; gli errori si contestano, le persone si rispettano».

La critica è un diritto, l’insulto no. Si può discutere di politiche sulle droghe. Si possono ricordare i casi Aldrovandi e Cucchi, in cui la giustizia ha accertato con sentenze definitive gravi responsabilità di singoli appartenenti alle forze dell’ordine. Ma quelle vicende non autorizzano nessuno a trattare da delinquenti migliaia di agenti che con quei fatti non hanno nulla a che vedere.

Il problema è che quasi nessuno querela. Gli hater lo sanno e contano sull’impunità. Per questo serve un gesto semplice: querelare.

È meno complicato di quanto si pensi. Primo, conservare le prove: uno screenshot del commento con il nome dell’autore, la data e l’indirizzo della pagina ben visibili, prima che venga cancellato. Secondo, presentare querela entro tre mesi da quando si è venuti a conoscenza dell’offesa, in qualsiasi ufficio di Polizia o stazione dei Carabinieri; presentarla non costa nulla. Terzo, chi vuole anche un risarcimento può rivolgersi a un avvocato e costituirsi parte civile nel processo.

Vale per Verangela Vera Marino, che può tutelarsi in prima persona. E vale per gli agenti, che la Questura e i sindacati di polizia possono sostenere nel difendere il proprio onore. Lasciar correre significa accettare che i social diventino una zona franca, dove chi indossa una divisa, e chi la difende, può essere insultato senza conseguenze.

Disciplina Nazionale esprime solidarietà agli agenti della Questura di Torino e a chi, come Verangela Vera Marino, ci ha messo la faccia per difenderli. Chi ogni giorno sottrae droga alle strade merita rispetto, non insulti da tastiera. Quando un appartenente alle forze dell’ordine sbaglia, è giusto che ne risponda, e i tribunali lo hanno dimostrato. Ma la regola non sono quei casi: sono donne e uomini che fanno un lavoro difficile per la sicurezza di tutti.

Non serve odio per rispondere all’odio. Basta la legge.

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