Roberto Vannacci ha un mandato, e il mandato è uno solo. Chi lo vota non lo fa per le sue idee sull’Europa, sulla geopolitica o sulle battaglie culturali: lo vota perché in questo Paese c’è un’immigrazione fuori controllo, perché i quartieri sono cambiati, perché le strade non sono più sicure, e perché nessun altro, a destra, ha saputo dirlo con la sua franchezza. È questa la ragione per cui Futuro Nazionale esiste. Tutto il resto è rumore.
Eppure il generale sembra volersi ostinare a parlare d’altro, e il capitolo più pesante è quello della Russia. Vannacci contesta l’invio di armi a Kiev, legge la guerra in Ucraina anche come figlia di provocazioni occidentali, invoca rapporti con Mosca e mette tra le priorità del suo programma il non indebolire la Russia. Lui nega ogni legame con Putin e chiede che gli si mostrino le prove: al momento non ne risultano di pubbliche. Ma le prove non servono, perché in politica contano le posizioni, non i certificati, e quella posizione gli ha già attirato un’accusa pesante dall’interno del centrodestra: con lui non ci si può alleare perché non si sa a chi risponderebbe.
Questa è la domanda che gli avversari, e gli alleati diffidenti, gli porranno a ogni occasione, e a cui Vannacci non può sfuggire. La destra di governo, quella che ha sostituito la vecchia destra di opposizione, è atlantista e anticomunista per formazione. Giorgia Meloni ha costruito la propria credibilità internazionale proprio sulla fedeltà all’Alleanza e sul sostegno all’Ucraina. Un leader che pretende di sedersi a quel tavolo con la linea opposta sa già come andrà a finire: gli diranno di no, e il no non riguarderà l’immigrazione, che è l’unica cosa per cui lo vuole il suo elettorato, ma la Russia.
C’è un precedente istruttivo, ed è dentro casa. Matteo Salvini firmò nel 2017 un accordo di cooperazione con il partito di Putin, e nel 2022 si ritrovò al centro di una polemica durissima per un viaggio a Mosca progettato e poi saltato, mentre i carri armati russi avanzavano in Ucraina. Dal trionfo delle Europee del 2019 la Lega è diventata comprimaria, e molti suoi elettori sono passati a Fratelli d’Italia: la stagione dei rapporti con Mosca non è stata l’unica ragione, ma è una di quelle che ha pesato. Vannacci, che dalla Lega è uscito, sembra volersi infilare nello stesso vicolo.
Poi c’è il problema dell’intellighenzia di destra. Esiste un’area della destra, fatta di professori, quadri dei partiti di governo, editorialisti, amministratori, capace di fare distinzioni sul fascismo e sulla storia che i comizi non fanno. È un’area che non vota per rabbia: vota per convinzione, e porta con sé famiglie, reti professionali, credibilità. A questa gente la linea filorussa suona stonata, e quando Vannacci la imbocca la taglia fuori. È una scelta miope. Il voto di protesta è un prestito, che si può ritirare in qualsiasi momento; il voto di convinzione è un patrimonio. Conviene avere cento voti di chi resta nel tempo piuttosto che mille di chi se ne va alla prima delusione.
E c’è, infine, il paradosso che il generale dovrebbe temere più di ogni altro: un partito nato per un tema sopravvive finché quel tema resta aperto. L’Ukip è crollato dopo la Brexit, perché aveva ottenuto ciò per cui esisteva. Se l’immigrazione venisse davvero governata, il bacino di Futuro Nazionale si prosciugherebbe, e a Vannacci non resterebbe in mano che un programma di temi che ai suoi elettori non interessano: Europa, geopolitica, diritti. Meglio allora fare di necessità virtù: concentrarsi sul compito per cui è stato scelto, dare contenuti e credibilità a quella battaglia nelle città, nelle periferie e nei quartieri dove la gente la vive ogni giorno.
Il consiglio, se il generale lo vuole ascoltare, è di tornare al suo fronte. Il popolo gli ha affidato una missione. Se la porta a termine, il suo nome resterà. Se si disperde in altre guerre, il rischio è che qualcun altro la porti a termine al posto suo, e che a lui resti un comando senza truppe.