Torino, città aperta?

La foto parla da sola: un monopattino elettrico a noleggio Lime, in mezzo al traffico di una strada torinese, che trasporta un intero letto a doghe agganciato al manubrio — la struttura metallica sporge da entrambi i lati, il conducente guida senza casco, tra auto e Suv che gli passano a pochi centimetri. Nessuna sanzione in vista, nessun controllo, solo il traffico che si adatta come può.

Non è un caso isolato, ed è proprio questo il punto. Nelle stesse ore, in via Cigna, un altro carico ingombrante e pericoloso circolava per strada: un carrello della spesa con dentro tubi di ferro che sporgevano lateralmente, al punto da rischiare di colpire le auto in transito — o peggio, moto e biciclette, molto più esposte in caso di urto.

Il problema non è la singola immagine, per quanto surreale: è l’assenza totale di controllo su cosa circola per le strade di Torino, e come. I monopattini a noleggio, che le società di sharing dovrebbero regolamentare almeno sull’uso corretto, diventano mezzi di trasporto per carichi che non c’entrano nulla con la loro funzione dichiarata — senza casco, senza alcun limite di ingombro rispettato, senza che nessuno intervenga.

E questi episodi, presi singolarmente quasi comici, si inseriscono in un quadro molto più serio: la parabola amministrativa di Stefano Lo Russo sta per chiudersi, in vista delle elezioni del 2027, e lo sta facendo nel modo peggiore possibile. Due stupri di minorenni finiti in cronaca nazionale in meno di un mese — la tredicenne di Madonna di Campagna, il dodicenne del parco dell’Arrivore. Furti in auto e in appartamento, aggressioni e risse per strada, rapine a mano armata in pieno giorno rilanciate dai telegiornali nazionali. Spaccio ormai radicato in praticamente tutti i grandi parchi cittadini — Sempione, l’ex scalo ferroviario, e non solo — con blitz che si susseguono senza risolvere nulla in modo stabile. E mentre i cittadini chiedono presidio del territorio, la maggioranza che governa la città ha scritto in una mozione ufficiale la distribuzione di pipette sterili per il crack come risposta all’emergenza — proprio per l’area dell’ex piscina Sempione, come raccontavamo qui pochi giorni fa — quello che Verangela Marino, capogruppo di Fratelli d’Italia in Circoscrizione 6, ha definito senza mezzi termini il rischio di trasformare un parco pubblico in “una crack house a cielo aperto”. A completare il quadro, decine di alloggi popolari occupati abusivamente in più quartieri — Regio Parco, Falchera, Barriera di Milano — e insediamenti rom informali segnalati in almeno una decina di zone diverse della città, da strada delle Cacce a corso Salvemini.

Sul fronte economico, i dati che si possono verificare con fonti certe sono altrettanto pesanti. Torino risulta il comune capoluogo più indebitato d’Italia in rapporto alle proprie entrate correnti, secondo le analisi della CGIA di Mestre — un primato che nessuna amministrazione, di nessun colore, è riuscita a scalfire negli anni. Il tasso di disoccupazione piemontese resta il più alto tra le regioni del Nord Italia. E a questo si aggiunge la fuga delle aziende storiche dal territorio — Fiat su tutte, con l’azienda che ha fondato l’identità industriale della città ormai marginale nelle strategie del gruppo Stellantis.

Alle prossime elezioni, la domanda che i torinesi dovranno porsi non è astratta. Al di là di una sinistra sempre più massimalista e vicina a posizioni filo-anarchiche nelle sue frange più esposte, resta da capire per quale motivo si dovrebbe tornare a votare la stessa coalizione — specie se alleata, come è già successo, con il Movimento 5 Stelle: la stessa formula di governo da cui, non a caso, è iniziato il declino della qualità della vita nel capoluogo piemontese. Torino è una città aperta — nel senso più letterale e meno rassicurante del termine: aperta a tutto, senza filtri, senza presidio. La domanda su chi la amministrerà dal 2027 in poi, e con quale credibilità residua, resta apertissima anche lei.

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