Giorgia Meloni, ospite ieri sera prima di “Cinque minuti” e poi di “Porta a Porta”, ha detto una cosa storicamente verificabile: che Sergio Mattarella, da ministro della Pubblica Istruzione negli anni ’80, firmò circolari che invitavano a non concentrare gli studenti stranieri nella stessa classe — lo stesso principio, sostanzialmente, del tetto al 30% che il governo sta per introdurre per legge. “È una misura di buonsenso. Mi pare sia giusto portarla avanti”, ha detto la premier.
Repubblica ha titolato: “Meloni attacca Mattarella”. Peccato che la stessa Meloni, nella stessa intervista, abbia detto esplicitamente il contrario: “Non leggo le sue parole come una contestazione.” Non ha accusato il Capo dello Stato di nulla — ha semplicemente ricordato un precedente storico per difendere una misura che il governo sta portando avanti, usando l’autorevolezza di chi quella linea l’aveva già scritta decenni prima da ministro. Chiamarlo “attacco” è una scelta editoriale, non una descrizione neutra dei fatti.
L’unica vera escalation polemica, in tutta la vicenda, arriva da un’altra parte. Elly Schlein ha parlato di “totale mancanza di senso dello Stato” da parte della premier — un giudizio durissimo, molto più aggressivo del “buonsenso” con cui Meloni aveva semplicemente citato un precedente. Se proprio si vuole usare la parola “attacco”, è più calzante per la reazione della segretaria del Pd che per l’intervento originario della premier.
Il punto, alla fine, non è nemmeno politico: è di metodo giornalistico. Un fatto storico vero, citato senza toni ostili dalla stessa protagonista, diventa “attacco” in un titolo — mentre chi usa davvero parole dure viene presentato come chi “risponde”. È lo stesso schema che abbiamo già visto altre volte su questo sito: il fatto resta uguale, ma la cornice con cui viene raccontato al lettore cambia tutto.