La Svezia non ne ha ancora abbastanza

I Democratici Svedesi di Jimmie Åkesson crollano al 17,2%, perdono circa 11 seggi e tre punti e mezzo rispetto al 2022, e vedono sfumare quella che sarebbe stata la loro prima entrata diretta al governo con portafogli ministeriali. Magdalena Andersson torna in sella con la sua coalizione di centrosinistra, appena avanti (51,3% contro 46,8-47%) dopo una notte di spoglio thrilling. I titoli europei già scrivono che la marea nazionalista, dopo Sassonia-Anhalt, ha trovato il suo argine.

È una lettura affrettata, e vale la pena spiegare perché. La differenza decisiva tra la Svezia e il resto del continente non è ideologica — è che la Svezia il problema lo ha già, in larga parte, affrontato. Dal 2022 il governo Kristersson ha trasformato il paese da uno dei più aperti d’Europa in materia di asilo a uno dei più restrittivi: espulsioni aumentate, permessi di soggiorno permanenti fortemente limitati, l’intera architettura dell’accoglienza rivista. Quando il partito di governo adotta già buona parte dell’agenda securitaria, all’ultradestra resta meno terreno vergine da coltivare — e in più c’è stato l’effetto boomerang della proposta di Kristersson di portare gli SD dentro l’esecutivo con ministeri veri: da Greta Thunberg a Zara Larsson fino al compositore degli Abba, la mobilitazione dell’elettorato moderato contro quella prospettiva è stata reale e misurabile nei numeri.

In Francia, Germania, Regno Unito e Spagna la situazione è strutturalmente diversa, perché il nodo dell’immigrazione resta lì, irrisolto, a vista. In Germania l’AfD ha appena preso il 43,8% in Sassonia-Anhalt, il doppio di cinque anni fa. In Spagna, Ceuta brucia ancora e Sánchez è stato accusato di essere sparito in vacanza mentre l’exclave collassava. Nel Regno Unito Farage cresce sulle barche che continuano ad attraccare senza soluzione visibile. In Francia Le Pen ha completato la sua “dédiabolisation” proprio mentre il tema migratorio resta uno dei più caldi del dibattito pubblico. Nessuno di questi governi ha fatto quello che ha fatto la Svezia: prendere il problema e affrontarlo davvero, prima che diventasse terreno di conquista elettorale per chi promette soluzioni più radicali.

L’Italia merita un discorso a parte, ed è onesto dirlo: i numeri sugli sbarchi sono in calo netto sotto il governo Meloni — lo abbiamo scritto qui con dati alla mano. Eppure Vannacci continua a crescere. La ragione, però, non è l’immigrazione fuori controllo: è che una fetta di elettorato non cerca più chi gestisce il problema con pragmatismo, ma chi lo incarna senza mediazioni — una dinamica diversa da quella svedese o tedesca, più simile a una competizione identitaria interna al campo che a una risposta a un’emergenza irrisolta.

E qui arriva il punto più delicato, quello che dà il titolo a questo pezzo: la Svezia potrebbe non aver ancora finito di fare i conti col problema che pensa di essersi lasciata alle spalle. Andersson e i socialdemocratici tornano al governo dopo anni di opposizione a una linea che loro stessi, storicamente, non hanno mai amato: se la nuova maggioranza allenterà anche solo in parte le misure restrittive ereditate da Kristersson, il terreno che oggi manca agli SD potrebbe riaprirsi in fretta. Non sarebbe la prima volta che un paese europeo scambia una tregua tattica per una vittoria definitiva.

La sinistra continentale, da Roma a Berlino, farebbe bene a non festeggiare troppo in fretta guardando Stoccolma. Leggere il risultato svedese come la prova che “l’ondata nazionalista si sta esaurendo ovunque” significa ignorare che qui il freno è arrivato dopo che il problema è stato affrontato, non prima. Applicare lo stesso schema a Francia, Germania, Regno Unito o Spagna — dove il nodo resta apertissimo — porterebbe dritti a un errore di valutazione clamoroso, l’ennesimo di una sinistra europea che fatica a distinguere le cause dagli effetti.

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