Da agosto Consap garantisce i mutui prima casa anche a chi ha disabilità grave e ai caregiver conviventi. Ne hanno scritto in pochi, e quei pochi in due righe di cronaca burocratica. Nessuno ha spiegato perché questa notizia, per milioni di famiglie, non è una notiziola tecnica: è la fine di un’esclusione strutturale che dura da decenni.
Una persona con disabilità che vive di assegno di assistenza ha un reddito non soggetto a Irpef. Bene per il fisco, disastro per il credito. Quel reddito, essendo non pignorabile, non costituisce garanzia per nessuna banca. Niente garanzia, niente mutuo. Un cittadino che lavora e paga le tasse regolarmente può accendere un finanziamento; un cittadino che vive di un assegno di invalidità, per definizione, no — anche a parità di importo mensile, anche con una storia patrimoniale impeccabile.
Questo non è mai stato un dettaglio tecnico da annotare in un verbale. È stato un muro strutturale, denunciato e riproposto a ogni cambio di governo senza mai trovare una risposta, perché per una banca un reddito non aggredibile resta un reddito che non offre alcuna garanzia, punto.
C’è un equivoco che vale la pena chiarire, perché altrimenti la portata di questa riforma non si capisce fino in fondo: uno strumento di sostegno ai mutui per le famiglie con disabilità in realtà esisteva già, dal 2013. Si chiama Plafond Casa, nato da una convenzione tra ABI e Cassa Depositi e Prestiti. Perché allora si parla di una svolta solo oggi?
Perché i due strumenti funzionano in modo opposto. Il Plafond Casa è un canale di finanziamento a condizioni più favorevoli, ma per accedervi il richiedente deve già dimostrare — testuale — «un reddito adeguato a garantire il pagamento delle rate»: copre infatti solo la parte che eccede quanto il richiedente riesce già a garantire da solo con le proprie forze (fino al 40% del valore dell’immobile). In pratica: se hai già una capacità di credito, il Plafond te la migliora. Se non ce l’hai, il Plafond semplicemente non ti serve.
Il Fondo di garanzia Consap funziona all’opposto: lo Stato si sostituisce al richiedente nell’offrire la garanzia, coprendo fino all’80% della quota capitale del mutuo. Non chiede che tu abbia già un patrimonio o un reddito aggredibile da mettere sul piatto — è pensato apposta per chi quella garanzia non ce l’ha.
È la differenza tra “ti aiutiamo a ottenere condizioni migliori” e “ti diamo noi la garanzia che da solo non hai”. Per chi vive di un assegno di assistenza non pignorabile, solo il secondo strumento ha senso: il primo, per costruzione, resta fuori portata — non è un caso che per tredici anni non abbia risolto nulla per questa fascia di persone.
Il numero da solo dovrebbe far riflettere chiunque si occupi di politiche sociali: oltre 3,5 milioni di italiani percepiscono prestazioni di invalidità civile e restano, per questo solo motivo, fuori dal mercato del credito e dei consumi. Non per merito creditizio. Per una falla strutturale che nessuno aveva mai voluto chiudere — finché il governo Meloni non se n’è occupato.
Oggi quella falla si chiude, almeno in parte. Dal 3 agosto 2026 il Fondo di garanzia mutui prima casa gestito da Consap — istituito nel 2013 ed esteso dall’art. 4-bis della legge 2 luglio 2026, n. 116, di conversione del decreto-legge 66/2026 — include tra le categorie prioritarie le persone con disabilità grave accertata ai sensi dell’art. 3 comma 3 della legge 104/1992, e i familiari conviventi da almeno due anni con un figlio, un fratello o una sorella nella stessa condizione. Il Fondo copre il 50% della quota capitale del mutuo, elevabile all’80% per chi ha un ISEE non superiore a 40.000 euro, per finanziamenti fino a 250.000 euro. Per sostenere questa estensione sono stati stanziati 6 milioni di euro per il 2026 e 8 milioni per il 2027 — la garanzia rafforzata all’80% resta in vigore fino al 31 dicembre 2027, poi andrà rifinanziata.
Non è un contributo a fondo perduto: è lo Stato che si fa garante presso la banca. Resta comunque alla banca, come sempre, valutare la sostenibilità del finanziamento — cioè se il richiedente potrà onorare le rate. Ma prima quella valutazione non si arrivava nemmeno a farla: mancava la garanzia di base per essere presi in considerazione. Oggi quella barriera d’ingresso cade, e finalmente una domanda può essere valutata nel merito invece che respinta a monte per assenza di garanzie.
Non è la prima volta che Consap interviene su questo fronte in favore delle persone con disabilità: lo aveva già fatto durante il Covid, quando la sospensione delle rate del mutuo fu estesa a 18 mesi invece dei 9 ordinari proprio per le persone con disabilità grave.
La domanda si presenta in banca, non direttamente a Consap — serve una banca aderente al Fondo. Occorre allegare: il verbale della commissione medica che attesta la disabilità grave (o, per il familiare convivente, lo stato di famiglia storico che dimostri la convivenza da almeno due anni), l’attestazione ISEE in corso di validità, e la documentazione reddituale richiesta dalla banca insieme al compromesso di acquisto. Consap indica circa 20 giorni lavorativi per l’istruttoria e il rilascio della garanzia; una volta ottenuta, il mutuo va stipulato entro 90 giorni.
E qui arriva la parte più amara di questa storia. Una riforma attesa da decenni, che risolve un’esclusione strutturale per tre milioni e mezzo di persone, è passata sui giornali come una breve tra le tante. Perché? Perché porta la firma del governo Meloni, e per una certa stampa italiana ammettere che un governo di centrodestra abbia fatto qualcosa di utile per i più fragili è evidentemente più difficile che raccontare l’ennesima cronaca nera o l’ultima polemica da social. Meglio la fuffa, meglio il rumore, meglio tutto pur di non scrivere che, per una volta, una battaglia di decenni è stata ascoltata.
C’è poi un’urgenza che non può restare sullo sfondo. I 6 milioni di euro stanziati per il 2026 e gli 8 per il 2027 sono un punto di partenza, non un traguardo: su una platea di oltre 3,5 milioni di persone, bastano a coprire solo una minima parte delle domande che arriveranno. E la garanzia rafforzata all’80% ha una scadenza precisa, il 31 dicembre 2027 — se il rifinanziamento non arriva per tempo, il rischio concreto è che questa apertura si areni proprio nel momento in cui comincia a funzionare davvero. Aver aperto la porta non basta: va tenuta aperta, e va allargata negli anni a venire, con una dotazione all’altezza del bisogno reale e non delle prime, timide stime.
Nessuno chiede applausi per chi governa oggi né per chi ha governato ieri e non ha risolto nulla. Si chiede solo che, quando finalmente qualcosa si muove nella direzione giusta, lo si racconti con la stessa chiarezza con cui per anni si è raccontato — giustamente — tutto ciò che non funzionava.
di MR Lutzen