Il 44% dell’AfD in Sassonia-Anhalt non è la malattia. È il termometro. La malattia è più larga, riguarda l’Europa intera, ed è fatta di due crisi che si alimentano a vicenda invece di compensarsi: il crollo demografico e la gestione dei flussi migratori pensata per tamponarlo.
Il punto di partenza è la stessa Commissione europea ad ammetterlo. Il rapporto 2026 sul cambiamento demografico descrive un continente che invecchia e si spopola, con un peso demografico globale in calo costante e un mercato del lavoro sempre più corto di braccia — a partire dalle aree rurali, svuotate dall’emigrazione interna. La risposta ufficiale di Bruxelles è un “toolbox” a quattro pilastri: più asili, più casa per i giovani, più assistenza agli anziani. Nella pratica, per i governi nazionali, la risposta reale è un’altra: più immigrazione, e più in fretta.
In Italia il dato dice tutto. Gli ingressi regolari tramite decreto flussi sono esplosi con il governo Meloni: circa 450mila posti nel triennio 2023-2025, altri 500mila già programmati per il 2026-2029 — contro gli 82mila del 2022 e i 70mila del 2021. Un aumento di scala che non ha però risolto il problema che dovrebbe risolvere: i migranti irregolari restano stabilmente tra le 300mila e le 600mila unità da trent’anni, secondo le stesse fonti che monitorano il fenomeno. Più ingressi regolari, stessa irregolarità di fondo — un sistema che cresce senza correggersi.
E tutto questo ha un conto, pagato da chi ci vive già dentro. Il nuovo Patto europeo su migrazione e asilo costerà da solo due miliardi di euro nei prossimi cinque anni — mentre i sistemi sanitari nazionali mostrano crepe sempre più larghe: l’Italia settima al mondo per medici per abitante, ma Francia e Lussemburgo già intorno al trentesimo posto, tempi d’attesa che spingono le famiglie a indebitarsi per curarsi nel privato. Case che costano sempre di più, salari che non seguono, sistemi pensionistici tenuti in piedi da una popolazione attiva sempre più stretta. La stessa Ue riconosce la crisi dell’accessibilità economica come priorità 2026 — mentre continua a spingere sulla leva migratoria come se fosse gratis.
Il risultato è sotto gli occhi di chiunque viva in una città europea, non solo nei report di Bruxelles. L’Europa usa l’immigrazione come toppa per un buco demografico ed economico che lei stessa ha certificato — ma lo fa in un momento in cui il tessuto sociale, quello raccontato nelle nostre periferie diventate giungle e ormai arrivato pure nei salotti buoni, non riesce già a reggere il carico che ha. Il risultato non è integrazione, è pressione crescente su servizi che scricchiolano, e una working class e una piccola borghesia che si sentono spremute da entrambi i lati: tasse più alte per pagare tutto questo, servizi peggiori nonostante le tasse più alte.
Ed è proprio questa contraddizione a scavare la fossa politica di chi la difende. Sassonia-Anhalt non è un incidente isolato: è la prima, plastica dimostrazione di cosa succede quando un continente prova a risolvere un problema reale (l’invecchiamento) con uno strumento che il suo stesso corpo sociale non riesce più a digerire. Più l’Ue insiste sulla stessa ricetta, più cresce chi promette di rovesciare il tavolo — in Germania, in Francia, in Svezia, in Italia. L’Europa rischia di autoannientarsi non per colpa dei migranti, e nemmeno per colpa di chi li accoglie: ma per l’ostinazione nel non voler ammettere che la stessa cura, ripetuta senza correggere gli effetti collaterali, sta uccidendo il paziente insieme alla malattia.
di MR Lutzen