A quattro anni dal giuramento, il governo Meloni è già il più longevo della storia repubblicana. Mentre la grande stampa continua a costruire pezzi in equilibrio forzato tra “punti di forza e debolezze” — format che nella pratica serve quasi sempre a diluire i numeri positivi in un mare di “sì, ma” — i dati ufficiali di Istat, Bankitalia e Viminale raccontano una storia più netta di quanto si voglia ammettere.
Il lavoro, prima di tutto. Gli occupati in Italia sono passati da 23,2 milioni di novembre 2022 a 24,3 milioni di luglio 2026: oltre un milione di posti in più, tasso di occupazione al 63,2%, il livello più alto mai registrato. La disoccupazione generale è scesa al 5,8%, oltre due punti in meno rispetto al 2022. Quella giovanile — il vero tallone d’Achille di ogni governo italiano degli ultimi trent’anni — è crollata al 18,9%, ai minimi storici, contro il 24% di settembre 2022. E non è solo quantità: i contratti a tempo indeterminato sono saliti di 1,3 milioni, mentre il precariato è calato di 534mila unità.
Sui migranti, il confronto è ancora più impietoso per chi vorrebbe raccontare un fallimento. Nei primi sette mesi del 2026 sono sbarcati circa 16mila migranti: il 55% in meno rispetto allo stesso periodo del 2025, il 60% in meno rispetto al 2022, l’80% in meno rispetto al 2023. Nello stesso periodo sono stati eseguiti oltre 5.600 rimpatri, tra forzati e volontari assistiti — un numero che nessun governo precedente, di nessun colore, aveva mai avvicinato.
Sui conti pubblici, l’argomento più usato contro questo esecutivo è proprio quello che i numeri smentiscono. Il rapporto deficit/Pil si è ridotto di cinque punti dal 2022, lo spread è sceso sotto gli 80 punti base, l’export ha segnato un +10% nel primo semestre 2026 rispetto allo stesso periodo di quattro anni fa — con un +7,2% delle esportazioni verso gli Stati Uniti nel 2025, nonostante i dazi di Trump che secondo molti analisti avrebbero dovuto affossarle.
Le uniche vere debolezze, quelle serie, non sono nemmeno menzionate spesso nei titoli generalisti — e onestamente vanno riconosciute. La produzione industriale italiana sconta la crisi manifatturiera dell’intera Eurozona e la frenata strutturale della Germania, il principale partner commerciale: qui il governo può fare poco da solo, è un problema continentale. Resta aperto anche il nodo del potere d’acquisto delle famiglie, che la crescita occupazionale non ha ancora tradotto pienamente in salari reali più alti — la vera partita, insieme alla riforma fiscale annunciata, che deciderà il giudizio finale su questa legislatura.
Ma tra un titolo che equipara “punti di forza” (vaghi) e “debolezze” (specifiche), e una lettura onesta dei numeri, la differenza si vede. Un milione di occupati in più, la disoccupazione giovanile dimezzata, gli sbarchi crollati dell’80% rispetto al 2023: non sono opinioni, sono dati Istat e Viminale. Chi continua a scrivere “luci e ombre” senza pesarle per quello che valgono, sta facendo altro — non giornalismo economico.
di MR Lutzen