Cercano Marx, trovano il catering

Centinaia di migliaia di spagnoli in piazza il 2 settembre, da Madrid a Malaga, da Siviglia a Bilbao, da Valencia a Barcellona: la Policía Nacional ne ha contate oltre 160mila nella sola Andalusia, decine di migliaia a Madrid, quasi duemila iniziative locali secondo il conteggio del Partido Popular. Il grido, ripetuto per settimane a Ceuta ogni sera, è diventato il titolo di una crisi politica nazionale: “Ceuta non si vende, Ceuta si difende.” A Plaza de Cibeles i manifestanti hanno gridato “traditore” contro Pedro Sánchez, chiedendone apertamente le dimissioni.

Il dato che rende la vicenda ancora più imbarazzante per il governo è il calendario. L’invasione migratoria di Ceuta è avvenuta il 30 e 31 luglio. Il primo agosto Sánchez era già alle Canarie, dove è rimasto in vacanza per venti giorni interi mentre l’exclave restava in balia di ottomila migranti non identificati, i negozi chiudevano, i residenti smettevano di uscire di casa per paura. Solo al rientro, quasi un mese dopo i fatti, il governo ha dichiarato l'”emergenza di sicurezza nazionale” — una dichiarazione tardiva quanto la sua assenza era stata plateale.

Va detto con onestà: le piazze di quel giorno non erano tutte unite sullo stesso messaggio. Accanto ai cortei di destra e centrodestra — con Feijóo del Pp e Abascal di Vox in prima fila — si sono tenute contro-manifestazioni di Podemos con lo slogan “Fermiamo il razzismo”. Sul merito della crisi migratoria, insomma, la Spagna resta spaccata come ci si aspetterebbe. Ma sulla gestione di Sánchez, sulla sua assenza nel momento cruciale, la contestazione ha attraversato lo spettro politico in un modo raro da vedere.

E qui arriva il punto che da Roma si fatica a vedere: il silenzio quasi totale della sinistra italiana su questo scivolone di un governo a lei ideologicamente affine. Chi ha commentato in tempo reale ogni provvedimento sull’immigrazione firmato da Meloni, chi si è mobilitato entro ore per il caso Fakir a Bologna, fatica a spendere una parola sul premier socialista che va in vacanza venti giorni mentre la sua exclave brucia. Non è ipocrisia da poco: è lo stesso schema che si ripete puntualmente ogni volta che un “leader modello” della sinistra internazionale fallisce.

Zapatero ne è l’esempio più netto, e i numeri non lasciano spazio a dubbi. Il socialista spagnolo, presidente di turno dell’Ue nel 2010, lascia un Paese con la disoccupazione al 20,1% — la più alta d’Europa — e il 41,6% tra i giovani under 25, il doppio della media continentale. Il surplus di bilancio del 2007 si trasforma in un deficit a due cifre già nel 2009, costringendolo a un’inversione a U verso l’austerità che il suo stesso elettorato non gli perdonerà mai. Si dimette in anticipo nel luglio 2011, consegnando la Spagna a una vittoria schiacciante della destra di Rajoy.

Tony Blair ha lasciato un’eredità altrettanto pesante, anche se di natura diversa: la guerra in Iraq, costruita su un dossier di prove sull’esistenza di armi di distruzione di massa mai trovate, un conflitto che ha segnato per una generazione la fiducia nella sinistra di governo britannica. Maduro, erede della rivoluzione bolivariana, ha trasformato il Venezuela più ricco di petrolio del continente in un Paese da cui sono fuggiti milioni di cittadini, con un’economia collassata e una gestione dell’emergenza — lo abbiamo raccontato anche su queste pagine — segnata da opacità e lentezza croniche. Su Lula il quadro è più sfumato: le condanne per corruzione dell’era Lava Jato sono state annullate dalla Corte Suprema per vizio di competenza, non per innocenza accertata nel merito, e il suo attuale mandato fatica su economia e sicurezza con consensi in calo — un bilancio contestato, non un fallimento netto come gli altri.

A Londra, dieci anni di promesse mai mantenute raccontano la stessa storia con un protagonista diverso. Sadiq Khan, sindaco laburista dal 2016, aveva fatto delle 80mila case l’anno la sua bandiera elettorale. Il target, ridotto due volte dal governo perché irraggiungibile — da 23.900-27.200 case a sole 17.800-19.000 — è stato mancato comunque: solo 14.335 abitazioni avviate nel periodo 2021-2026. L’authority statistica britannica lo ha pure richiamato per aver definito “consegnate” cifre che tali non erano.

E la sinistra italiana non sta messa meglio. Elly Schlein si è dimostrata fin qui mediocre, il volto perfetto di una sinistra da salotto fatta di armocromia, vernissage e battaglie identitarie che ormai nemmeno in America — dove sono nate — riscuotono più lo stesso credito. Matteo Lepore a Bologna, oltre a essersi speso in prima persona per organizzare una piazza in memoria di Abderrahim Fakir, non ha lasciato altro segno riconoscibile in cinque anni di mandato: nel frattempo Bologna registra il maggiore aumento di reati tra le grandi città italiane, +9,6% nell’ultimo anno secondo i dati del Sole 24 Ore.

A Torino e Milano la situazione non è migliore. Stefano Lo Russo ha negato a lungo l’esistenza di un problema sicurezza in città, salvo dover rincorrerlo dopo che i residenti di Borgo Vittoria hanno organizzato ronde anti-degrado per protestare contro spaccio e vandalismi — solo a quel punto il sindaco ha chiesto un vertice con prefetto e questore. Giuseppe Sala guida invece la città che secondo il Crime Risk Report 2026 è la più esposta alla criminalità in tutta Italia: 6.952 reati denunciati ogni 100mila abitanti, primo posto assoluto, davanti perfino a Foggia.

L’unica vera eccezione, non a caso, è il politico che il suo stesso partito ha provato a liquidare. Vincenzo De Luca, presidente della Campania dal 2015 con quasi il 70% dei consensi alla riconferma del 2020, si è visto sbarrare la strada al terzo mandato prima da Elly Schlein e poi dalla Corte Costituzionale — costretto a lasciare la Regione a dicembre 2025 nonostante fosse, numeri alla mano, il governatore più votato del centrosinistra italiano. Il “lanciafiamme” del Covid, lo sceriffo che se ne infischia del politicamente corretto e chiede ordine senza tanti giri di parole, è tornato a fare quello che sapeva fare meglio: il sindaco di Salerno, città che aveva già trasformato negli anni ’90 e 2000, in carica dal giugno di quest’anno. Forse l’unico erede autentico rimasto di quella sinistra storica, di popolo, che di armocromia e vernissage non ha mai saputo cosa farsene — ed è anche per questo che il suo stesso partito ha fatto di tutto per allontanarlo.

Sánchez, oggi, si aggiunge a una lista lunghissima, da Madrid a Bologna, che la sinistra internazionale preferisce non guardare tutta insieme. Le piazze spagnole di questi giorni, con le loro bandiere e i loro cori contro il “traditore”, sembrano aver già emesso il verdetto. Roma, nel frattempo, resta in silenzio — sui fallimenti altrui, non sui propri.

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