Ranucci è il peggior avvocato di se stesso?

“Ho la coscienza a posto.” Sigfrido Ranucci torna a parlare mentre la Rai valuta il suo futuro — la riunione tra l’ad Giampaolo Rossi, il direttore Affari legali Francesco Spadafora e quello delle Risorse umane Felice Ventura si è già tenuta martedì, e il suo allontanamento da Report è ormai dato per scontato, con tre alternative sul tavolo, tra cui il ritorno come caporedattore a RaiNews24. Ranucci rivendica la propria storia: 240 cause e citazioni affrontate in carriera, “fedina penale pulita”, inchieste che secondo lui hanno provato a farlo cacciare fin dal 2000, quando ritrovò l’intervista di Borsellino.

Poi arriva la frase che dimostra, meglio di qualunque accusa esterna, quanto Ranucci sia il peggior avvocato di se stesso. Difendendo il proprio rapporto con Lavitola, spiega: “Io non sono puro. Sono abituato a guardare le grandi città, le più belle città, dalle grate di un tombino perché faccio questo mestiere. Se potessi andare a cena con Totò Riina, io ci andrei.” Lo stesso uomo che, poche settimane fa, si paragonava sui social a Aldo Moro, Piersanti Mattarella, Giovanni Falcone e Paolo Borsellino come vittime di una “gogna” ingiusta, sceglie ora, per difendersi, l’unico paragone capace di riaprire quella stessa ferita: dichiara pubblica disponibilità a cenare con il capo di Cosa Nostra che ordinò le stragi in cui Falcone e Borsellino morirono.

Non è la prima volta in questa vicenda che Ranucci sceglie, per spiegarsi, esattamente le parole che gli si ritorcono contro. Aveva parlato di “character assassination senza precedenti” — lo stesso linguaggio usato per decenni da chi finiva sotto la sua inchiesta. Si era paragonato alle vittime della strategia stragista — e ora offre volontariamente un assist a chiunque voglia accostare il suo nome a quella stessa strategia, sia pure in chiave puramente ipotetica e metaforica. Un buon avvocato, davanti a un cliente sotto pressione mediatica, lavora per restringere il perimetro delle frasi attaccabili. Ranucci, parlando di sé, sembra fare sistematicamente il contrario: ogni intervista rilasciata per difendersi finisce per fornire al giorno successivo un titolo peggiore di quello che aveva provato a smontare.

Che dietro la frase ci sia un principio comprensibile — il giornalista d’inchiesta che si avvicina a chiunque abbia informazioni, criminali inclusi, per raccontare la verità — è un’idea legittima, radicata nella tradizione del giornalismo investigativo, Report compreso. Ma un principio giusto, spiegato nel momento sbagliato con l’esempio sbagliato, produce l’effetto opposto a quello voluto. Se l’obiettivo di queste settimane era convincere l’opinione pubblica della propria estraneità a certi ambienti, nominare volontariamente Riina non è stata la mossa di chi sa difendersi. È stata la mossa di chi, semplicemente, non riesce a smettere di parlare.

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