Bangladesh primo per nuovi ingressi, Marocco a +71,6%, un nuovo residente straniero su sei che arriva da lì o dal Maghreb: sono numeri di immigrazione regolare, autorizzata dallo Stato italiano attraverso il canale più legale che esista, il Decreto Flussi. Eppure, a giudicare dai sondaggi, quasi nessuno in Italia sembra davvero contento di questi numeri — nemmeno chi li ha firmati.
Un’indagine Eumetra di maggio 2026 lo dice senza ambiguità: solo il 40,7% degli italiani giudica positivamente l’ingresso di circa mezzo milione di nuovi lavoratori stranieri previsto dal decreto, contro il 35,2% di contrari e un 24,1% di indecisi. Meno della metà del Paese approva un provvedimento interamente legale, votato dal proprio governo. E qui arriva il dettaglio più scomodo per chi ha scritto quel decreto: la contrarietà più marcata non viene dall’opposizione, viene da dentro la maggioranza — è più forte tra gli elettori della Lega, e in misura minore tra quelli di Forza Italia, che tra quelli del Pd, dove secondo il sondaggista Renato Mannheimer esiste perfino un certo grado di approvazione.
Il decreto, oltretutto, funziona male anche sul piano pratico. Il tasso di successo — cioè quanti permessi di soggiorno vengono davvero rilasciati rispetto alle quote autorizzate — è crollato al 7,9% nell’ultimo anno, contro il 16,9% del 2024: a fronte di 181.450 posti programmati nel 2025, sono stati richiesti appena 14.349 permessi. Il risultato è un canale legale che, invece di sostituire l’irregolarità, la genera: lavoratori arrivati con un visto regolare che non riescono a firmare un contratto in tempo, restano senza permesso, e finiscono comunque fuori dalle regole — mentre le imprese, che quella manodopera la cercavano davvero, restano scoperte.
C’è infine una contraddizione politica che i dati rendono difficile ignorare. Nelle stesse settimane in cui il centrodestra italiano attaccava duramente la Spagna di Sánchez per la sanatoria di circa 500-600.000 migranti già presenti sul territorio, il governo Meloni aveva già portato in Italia, tra il 2023 e il 2026, oltre 600.000 lavoratori migranti attraverso gli stessi decreti flussi — un numero paragonabile, ottenuto con uno strumento diverso ma con lo stesso effetto netto sulla popolazione straniera regolarmente presente. La differenza tecnica tra “regolarizzare chi c’è già” e “far entrare chi ancora non c’è” esiste, ma agli occhi dell’opinione pubblica sembra contare meno di quanto pensino i rispettivi governi.
Il quadro si completa con il resto dei sondaggi sul tema, che raccontano un’ostilità diffusa e trasversale, non selettiva sulla sola immigrazione irregolare: il 76% degli italiani vuole espulsioni più facili per chi delinque (favorevole anche il 78% dell’elettorato di centrosinistra), il 59% è d’accordo sulla revoca della cittadinanza per chi commette reati, e perfino tra gli elettori M5s il 54% si dice favorevole alla remigrazione volontaria. Il problema, insomma, non sembra essere la carta d’identità di chi arriva. È che arrivi, e basta — regolare o no.