Il segreto per prendere voti? Stare zitti

C’è un esperimento politico che nessun partito italiano ha mai avuto il coraggio di provare fino in fondo: il silenzio. Non l’assenza di proposte, non l’immobilismo — semplicemente la disciplina di non concedere all’avversario, ogni due o tre giorni, un assist gratuito. Guardando la cronaca delle ultime settimane, attraversando ogni schieramento senza eccezioni, viene il sospetto che funzionerebbe meglio di qualsiasi consulenza d’immagine oggi in uso.

Vannacci pubblica oggi la seconda parte del programma di Futuro Nazionale — aborto “non è un diritto”, stop alle unioni civili, censura tv per i contenuti “genderisti” con sospensione della licenza — e si becca titoli come “la follia nel manifesto” da testate che fino a ieri lo guardavano con curiosità più che con ostilità. Il problema non è avere posizioni conservatrici, che restano legittime: è la scelta di renderle massimaliste al punto da trasformare ogni uscita in un caso nazionale, invece che in un punto di programma discutibile con calma.

Tajani se la cava anche peggio, e in più occasioni ravvicinate. A febbraio si presenta a un evento alla Casa Bianca con in mano un cappellino rosso “Make America Great Again”, scatenando un putiferio bipartisan — Renzi lo bolla “sempre più imbarazzante”, Bonelli parla di “oscena piece teatrale”. A giugno ci riprova: accusa Conte e Schlein di essere mancati alla parata del 2 giugno per “attaccare” l’assenza di Salvini, salvo scoprire — pubblicamente, in diretta polemica — che il cerimoniale della Difesa non prevede affatto la presenza dei leader di partito. Una gaffe costruita sopra un’altra gaffe, nel giro di poche settimane: il segno di chi parla prima di verificare.

Schlein non è da meno: davanti alla crisi di Ceuta, liquida la sospensione di Schengen come “una buffonata” e rilancia con “Sánchez ha fatto più rimpatri in 48 ore di quanti Meloni ne abbia fatti in quattro anni” — un confronto che regge poco a un controllo dei numeri, e che finisce per sembrare più uno slogan da comizio che un’analisi seria di un dossier complesso, offrendo il fianco a chi la accusa di semplificare per convenienza politica.

Conte, davanti alla commissione d’inchiesta sul Covid, si descrive dicendo che la commissione stessa “è nata come un plotone d’esecuzione contro di me” — un livello di vittimismo che, indipendentemente dal merito delle accuse che gli vengono mosse, sposta l’attenzione dal contenuto delle domande al presunto complotto, una mossa retorica che regge finché il pubblico non chiede semplicemente: e nel merito, cosa risponde?

Grillo, dal suo blog, a luglio si scaglia contro il M5S che lui stesso ha fondato, ora guidato da Conte: “Si sono montati la testa senza leggere le istruzioni”. Il padre fondatore che pubblicamente demolisce la casa che ha costruito è un regalo che nessun avversario esterno potrebbe mai confezionare meglio — la credibilità di un partito si erode più in fretta quando è il suo stesso simbolo storico a metterla in dubbio.

Gasparri è quasi un genere letterario a sé: la clamorosa tripla gaffe in Senato sulla Guerra di Crimea, introdotta con la premessa “qualche libro è bene leggerlo, ogni tanto” — che ha reso l’errore ancora più memorabile, visto che si applicava perfettamente a chi la pronunciava — si aggiunge a una collezione pluriennale di uscite social finite puntualmente sui titoli dei giornali. Non per quello che diceva l’avversario: per quello che diceva lui.

Il fronte che si oppone al governo non è affatto immune, anzi. Bonelli (Avs) si è ritagliato più di uno scivolone: sui No Tav, con un intervento che ha suscitato imbarazzo anche a sinistra; e soprattutto sullo scontro con Calenda per il voto sulle chat di Delmastro, dove ha scritto sui social “Bravo Carlo Calenda, hai fatto un bel favore a Giorgia” — accusa a cui il deputato di Azione Matteo Richetti ha risposto parlando di “malafede che non si ferma nemmeno davanti alla verità”, ricostruendo una dinamica di voto diversa da come Bonelli l’aveva raccontata. Un attacco costruito su una premessa contestata pubblicamente, con tanto di smentita nello stesso giorno.

Calenda, dal canto suo, non perde occasione per etichettare gli avversari con toni che superano la critica politica: ha definito Vannacci “un fascistoide, diretto dai russi” — un’accusa pesantissima, di eterodirezione straniera, lanciata senza che sia mai seguita da prove concrete a supporto. Lo stesso Calenda finisce regolarmente nello “Stupidario” settimanale che alcune testate dedicano alle peggiori uscite della politica italiana, segno che il fuoco amico e quello incrociato, in questo caso, si equivalgono.

Renzi completa il quadro, e a modo suo lo riassume tutto. A maggio, in Senato, attacca il governo con un paragone che resta più memorabile di qualsiasi contenuto politico: “Se anziché un governo sembra la famiglia Addams non è mica colpa mia, li avete scelti voi” — battuta arguta, ma di quelle che occupano i titoli senza spostare un voto nel merito. A giugno, ospite di Otto e mezzo, le sue dichiarazioni finiscono sotto la lente di Pagella Politica: il verdetto è che il leader di Italia Viva è stato “in alcuni casi impreciso” su fisco e politica estera — l’ennesimo caso di un intervento pensato per bucare lo schermo che si ritorce contro chi lo pronuncia, una volta passato al controllo dei fatti.

E poi c’è Salvini, che forse più di chiunque altro incarna il problema in purezza — con l’aggravante di occupare un ministero, non solo una segreteria di partito. Il 5 agosto pubblica un video per rispondere a chi lo accusa di occuparsi di tutto tranne che di treni, la sua delega da ministro dei Trasporti: snocciola statistiche sulla puntualità per dimostrare i risultati raggiunti. L’effetto è l’esatto contrario di quello sperato — un “boomerang”, lo definiscono più testate — perché nei commenti gli utenti contestano proprio i parametri usati per calcolare quei dati, trasformando un tentativo di autodifesa in una nuova polemica sulla credibilità dei numeri. Non è un episodio isolato: a giugno un suo selfie con un barattolo di Nutella, pubblicato durante un terremoto in Sicilia, gli era già costato una pioggia di critiche bipartisan per la leggerezza del gesto in un momento di emergenza. Un politico che sceglie regolarmente di rispondere alle critiche con altro materiale social, invece che lasciarle semplicemente spegnersi da sole, è forse l’esempio più didattico di tutti sul perché il silenzio, a volte, sia l’unica strategia comunicativa che non si può ritorcere contro chi la sceglie.

C’è un’eccezione a questo elenco, ed è istruttiva proprio perché non è un caso: Giorgia Meloni. Non perché non parli — parla, eccome — ma perché lo fa con un self-control che tra i suoi colleghi di partito e avversari è merce rara. Non è un caso che venga proprio da quel mondo politico: giovane ministra della Gioventù nel governo Berlusconi, ha vissuto da dentro la fine di Gianfranco Fini, il suo ex leader in Alleanza Nazionale. Il 22 aprile 2010, durante un’assemblea del Pdl, Fini rimprovera pubblicamente a Berlusconi il suo atteggiamento verso la magistratura; il Cavaliere lo sfida in diretta: “Dimettiti da presidente della Camera e ti accogliamo a braccia aperte nel partito”. Fini, furioso, grida quello che diventerà uno dei momenti più citati della politica italiana: “Che fai, mi cacci?”. Il 29 luglio lascia il partito che aveva co-fondato, portandosi via 33 deputati e 10 senatori, per costruire Futuro e Libertà — una formazione che si scioglierà nel 2015 senza mai risalire nei sondaggi. Fini, da presidente della Camera a fine dimenticata: anni dopo racconterà di essere stato scambiato per un attore al supermercato.

Meloni non seguì Fini in quello scisma. Restò nel Pdl, per poi fondare per conto proprio, nel 2012, Fratelli d’Italia. Aver visto da vicino come un litigio pubblico con un comunicatore più grande e più rumoroso di sé possa bruciare in poche settimane una carriera costruita in decenni sembra averle insegnato esattamente la lezione che gli altri dieci, ciascuno a modo suo, continuano a ignorare: il potere, spesso, si consolida in silenzio, e si perde a parole.

Dieci protagonisti, dieci partiti diversi, destra e sinistra senza distinzione, un solo comune denominatore: ogni volta che aprono bocca fuori dal copione — per un cappellino di troppo, una cifra scelta male, un attacco costruito su una premessa falsa, una dichiarazione di vittimismo, o semplicemente l’incapacità di trattenersi — regalano all’avversario un titolo che il giorno prima nessuno avrebbe scritto. Se il compito di un politico fosse solo non perdere voti, il consiglio più efficace che potrebbe ricevere da un consulente onesto sarebbe uno solo, disarmante nella sua semplicità: parla meno, e solo quando è strettamente necessario.

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