Soldi pubblici, narrazioni private: il conto che nessuno chiede ai giornali

Repubblica intervista la sorella di Abderrahim Fakir, morto a Bologna durante un fermo di polizia il 19 luglio: titolo in prima pagina, “quei poliziotti lo hanno ucciso come un cane e sono già tornati in servizio”. Nessun accenno, nello stesso spazio, al fatto che gli agenti sono rientrati solo a mansioni d’ufficio, non in strada, né alla clausola di garanzia funzionale del decreto Sicurezza che tutela chiunque agisca nell’esercizio del proprio dovere fino a prova contraria — un’inchiesta ancora aperta, non una sentenza. Il diritto della famiglia a chiedere giustizia è sacrosanto e nessuno lo mette in discussione. Ma un titolo che trasforma un’indagine in corso in un verdetto già scritto è una scelta editoriale, non un obbligo di cronaca.

Ed è una scelta editoriale che, in un caso come questo, viaggia anche su un binario di soldi pubblici. Non è vero, come si dice spesso per difendere i grandi giornali, che Repubblica “non prende un euro dallo Stato”: è vero che GEDI (l’editore di Repubblica e La Stampa) non riceve il contributo pubblico diretto — quello riservato per legge a cooperative giornalistiche, testate no profit o di minoranze linguistiche. Ma dal Fondo straordinario per il sostegno all’editoria, la classifica dei principali beneficiari nel 2023 (dati del Dipartimento per l’Informazione e l’Editoria di Palazzo Chigi) parla chiaro: RCS-Corriere della Sera 11,38 milioni di euro, GEDI (Repubblica, La Stampa) 6,76 milioni, Cairo Editore 5,25 milioni, Editoriale Nazionale (QN, Il Giorno, Il Resto del Carlino, La Nazione) 3,71 milioni, Mondadori Media 2,9 milioni. Soldi veri, pubblici, distribuiti in base alle copie vendute, che si aggiungono alle agevolazioni fiscali sulla carta di cui beneficiano tutte le testate.

Il precedente che si cita spesso in casi come questo, quello di Mario Moretti, non è un caso isolato ma una ferita che la stampa italiana riapre da decenni: dall’intervista di Sergio Zavoli nel 1990 su Rai1 fino ai documentari e agli speciali più recenti, il dibattito su quanto spazio dare — e con quale tono, accusatorio o comprensivo — a chi ha materialmente sequestrato e ucciso Aldo Moro è tornato a galla ogni volta che la memoria pubblica lo permetteva, spesso contro la volontà esplicita della famiglia Moro. Non è un caso politico di destra o sinistra: è la stessa domanda, riproposta identica ogni volta — chi decide quanta voce dare a chi ha fatto del male, e con quale cornice.

Il punto non è vietare le interviste, né alla sorella di Fakir né a nessun altro: significherebbe zittire proprio chi ha più diritto a farsi sentire. Il punto è che quando un editore riceve milioni di euro pubblici “per il pluralismo dell’informazione”, quel pluralismo dovrebbe valere anche dentro il singolo articolo — non solo tra una testata e l’altra. Il contribuente che paga il conto, di qualunque orientamento sia, difficilmente si riconosce in un pluralismo che si esaurisce nella scelta di chi intervistare, senza mai includere chi dissente.

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