Doveva essere una battuta di spirito, e si è trasformata nell’ennesimo autogol della vicenda Ranucci-Lavitola. Rispondendo su Il Fatto Quotidiano a un articolo del Foglio in cui Luciano Violante, Pietro Grasso e Giuseppe Ayala osservavano che Giovanni Falcone non avrebbe mai cenato con un personaggio come Lavitola, Marco Travaglio ha liquidato il paragone con una frase tanto tagliente quanto imprudente: “Lavorava solo nel governo di Giulio Andreotti” — insinuando, con la consueta ironia, che pure Falcone avesse avuto le sue frequentazioni politiche scomode.
A rispondere non è stato un politico qualunque, ma Maria Falcone, sorella del giudice ucciso nella strage di Capaci e presidente della Fondazione a lui intitolata: “Una frase che trovo indegna, un esempio di cattivo giornalismo, costruito sulla battuta anziché sulla verità dei fatti”, ha scritto sui social. E ha corretto il tiro sui fatti, quelli veri: “Mio fratello non lavorava per il governo di Giulio Andreotti. Giovanni Falcone lavorava per lo Stato italiano.” Chiudendo con una frase che pesa più di qualsiasi accusa politica: ricordando Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli agenti delle scorte, ha osservato che se non si riesce ad avere rispetto della loro storia, “qualche volta il silenzio è la scelta più dignitosa”.
Da lì è partita una fila di reazioni bipartisan che raramente si vede così compatta. Chiara Colosimo, presidente della Commissione parlamentare Antimafia, ha chiesto scuse immediate. Raoul Russo (FdI) ha ricordato l’ironia di un “santone spirituale” difeso con lo stesso avvocato del “vituperato Andreotti”. Rita Dalla Chiesa, figlia del generale ucciso dalla mafia nel 1982, si è detta “vicinissima a Maria Falcone per l’ennesimo schiaffo… alla memoria di suo fratello”. E Maurizio Gasparri ha chiuso con la battuta più cattiva di tutte: “Ranucci si paragona a Falcone. Travaglio oltraggia Falcone. Ma Falcone resta una figura di riferimento nella storia della Repubblica… mentre i Travaglio e i Ranucci saranno condannati a vita a essere Travaglio e Ranucci”.
C’è una lezione, in questa vicenda, che vale più di ogni polemica politica: quando la propria linea di difesa costringe a insinuare ombre sulla memoria di un magistrato ucciso dalla mafia solo per proteggere l’immagine di un conduttore televisivo, forse è il momento di chiedersi se la battaglia che si sta combattendo meriti davvero il prezzo che si è disposti a pagare per vincerla.
Sui conti di Report emersi in parallelo: «Nessuno doveva sapere»: i conti di Report (pagati da noi).