Antonio Perrotta aveva 34 anni, faceva il buttafuori, lascia una compagna e dei figli — uno di pochi mesi. È morto il 10 agosto per un trauma cranico riportato dopo un pestaggio fuori da una discoteca di Sangineto, in Calabria. Quattro giorni dopo, la gip del Tribunale di Paola derubrica l’accusa a carico dei due fratelli fermati da omicidio volontario a omicidio preterintenzionale, e scarcera il maggiore dei due: i biglietti aerei per il Lussemburgo, dove entrambi vivono, risultavano acquistati il 1° agosto — prima del pestaggio — quindi, per il gip, non c’è pericolo di fuga da dimostrare.
Il ragionamento giuridico, va detto, ha una sua logica interna: un biglietto comprato prima dei fatti non è, tecnicamente, una fuga organizzata dopo. Ma la domanda che si pone chiunque legga la notizia da fuori è un’altra, più semplice: e se il gip avesse sbagliato valutazione? Chi paga, se un domani accade qualcosa che quella scarcerazione avrebbe dovuto prevenire?
La risposta, con la legge alla mano, è: quasi nessuno, e quasi mai il magistrato in prima persona. Dal 1988 la responsabilità civile dei magistrati è regolata dalla legge Vassalli, nata — non a caso — dal caso Enzo Tortora, il conduttore tv arrestato e poi completamente scagionato da un’accusa di camorra costruita su testimonianze false: un errore giudiziario clamoroso che portò a un referendum abrogativo votato dall’80% degli italiani. Ma il meccanismo che ne è uscito è costruito su due filtri che, nella pratica, rendono la responsabilità quasi teorica. Primo: il cittadino danneggiato non può citare direttamente il giudice, deve fare causa allo Stato; solo dopo un’eventuale condanna dello Stato, il Consiglio dei Ministri può — non deve — rivalersi sul magistrato. Secondo: la rivalsa scatta solo in caso di dolo o colpa grave; la normale attività di interpretazione della legge e valutazione delle prove — esattamente il tipo di giudizio fatto nel caso Perrotta — è per legge esclusa dalla responsabilità, salvo violazioni manifeste. E anche quando la rivalsa scatta, l’importo che il magistrato paga di tasca propria è limitato per legge, con trattenute mensili che non possono superare un terzo dello stipendio netto.
Il risultato, descritto dagli stessi giuristi che studiano la materia, è una responsabilità “più virtuale che reale”. Non è un’invenzione polemica: è la conclusione a cui arriva l’analisi tecnica della norma, dopo quasi quarant’anni e una riforma nel 2015 che dai numeri concreti non pare aver cambiato granché. Il dibattito politico sul tema, del resto, è tutt’altro che chiuso: proprio in questi mesi il capogruppo di Forza Italia alla Camera, Enrico Costa, ha rilanciato una proposta di riforma discussa col guardasigilli Nordio.
Non significa che il gip di Paola abbia sbagliato: la sua valutazione, per quanto ne sappiamo oggi, è tecnicamente difendibile. Significa però che, se anche avesse sbagliato, il sistema italiano è costruito apposta per non farglielo pesare — né sulla carriera, né sul portafoglio. La domanda “chi paga se va male” ha una risposta, ed è quasi sempre la stessa: lo Stato, cioè tutti tranne chi ha deciso.