Due poliziotti penitenziari feriti — uno con la mano fratturata, trenta giorni di prognosi — da un detenuto che, nonostante fosse ammanettato, riesce a impossessarsi di un estintore e lo scaglia contro chi lo stava scortando. Poi la fuga, verso l’uscita delle ambulanze, dentro un pronto soccorso affollato. Un agente, rimasto solo a fronteggiare un uomo che ha appena dimostrato di essere disposto alla violenza fisica pur di scappare, spara tre colpi mirando alle gambe: uno lo raggiunge, lo ferma. Nessun morto, nessun ferito grave permanente, un detenuto pericoloso rimesso sotto controllo. Oggi quell’agente rischia il processo per tentato omicidio.
Vale la pena ricostruire la scena senza sconti, perché è facile perderla di vista dietro le parole roboanti che circolano su alcuni filmati: un uomo appena arrestato per aver lanciato droga e telefoni oltre le mura di un carcere, con precedenti che ne motivavano la sorveglianza, si libera con la forza — da ammanettato — e aggredisce fisicamente due agenti in servizio, procurando lesioni vere, refertate, non ipotetiche. Chi si è trovato davanti quella scena non aveva il tempo per una valutazione a mente fredda: aveva un uomo che aveva già colpito due colleghi e stava scappando, in un luogo pieno di pazienti, medici, infermieri e altri civili. Sparare alle gambe, non al busto né alla testa, per fermare la fuga di un soggetto che ha appena mostrato una violenza reale — con un solo colpo su tre andato a segno, sugli arti inferiori — è esattamente quello che ci si aspetta da chi è addestrato a usare la forza minima necessaria, non quella massima disponibile.
Il decreto Sicurezza aveva introdotto uno scudo penale proprio per evitare che episodi come questo si trasformassero automaticamente in un calvario giudiziario per chi indossa una divisa e fa una scelta in una frazione di secondo. Che quello scudo non sia scattato in questo caso dice meno sulla condotta dell’agente e più su quanto, nei fatti, quello strumento resti debole: lo stesso decreto richiede che la causa di giustificazione sia “evidente” — un’asticella altissima, che nella pratica lascia comunque spazio a un pubblico ministero per aprire un fascicolo pesante anche di fronte a una ricostruzione, quella del sindacato Sappe, sorretta da referti medici precisi sui due colleghi feriti.
Non sappiamo, e onestamente nessuno fuori dalla Procura lo sa con certezza, cosa mostrino esattamente quei filmati. Ma sappiamo che un uomo ha aggredito due agenti e ha tentato la fuga, che chi ha sparato lo ha fatto mirando alle gambe e non altrove, e che il risultato è stato fermare una situazione di pericolo reale senza lasciare morti sul terreno. Prima di parlare di tentato omicidio, forse varrebbe la pena chiedersi cosa avrebbe dovuto fare diversamente un agente rimasto solo davanti a un uomo violento in fuga — e se la risposta onesta è “niente”, allora il problema non è la sua condotta. È il tempo che ci vorrà, e il prezzo personale che pagherà nel frattempo, prima che qualcuno lo riconosca.