Quattrocento euro. Ottocento. Milletrecento. Sono le cifre che migliaia di turisti bloccati all’aeroporto di Catania-Fontanarossa si sono visti chiedere in questi giorni per un trasferimento verso Palermo, Comiso o Trapani — l’unica via di fuga da uno scalo paralizzato da otto giorni dalla cenere vulcanica dell’Etna. La tariffa ufficiale della compagnia taxi Trinacria per quella tratta è 500 euro per quattro persone; gli Ncc, in condizioni normali, chiedono tra i 450 e i 650 euro. Chi ha pagato 700, 800, oltre 1300 euro — come denunciato pubblicamente anche dall’attore Filippo Laganà — non ha comprato un servizio, ha subito un’estorsione mascherata da libero mercato.
Il quadro è già di per sé pesante: 700 voli cancellati tra il 7 e il 12 agosto, oltre 400 collegamenti dirottati su altri scali, il 36% dei voli previsti a Fontanarossa saltato. Il Codacons ha annunciato un esposto all’Antitrust anche sui rincari record del noleggio auto. E mentre migliaia di persone dormono per terra in aeroporto o si arrendono a restare bloccate perché non possono permettersi la fuga via terra, la politica siciliana si scambia accuse: il presidente della Regione Renato Schifani rivendica il lavoro fatto, il segretario Pd Anthony Barbagallo parla di gestione “incompetente e inadeguata”, il commissario di Fratelli d’Italia Luca Sbardella difende la Sac. Utile a nessuno, tranne a chi in questi giorni ha fatto cassa sulla disperazione altrui.
È qui che deve entrare il governo nazionale, non con un comunicato di solidarietà ma con un atto. Giorgia Meloni e Matteo Salvini hanno gli strumenti per farlo: il Ministero dei Trasporti può sollecitare prefettura e comuni interessati a disporre controlli straordinari e, per chi viene accertato in violazione delle tariffe o del tariffario Ncc, la sospensione cautelare della licenza. Non è un capriccio giustizialista: è la stessa logica che si applica già ai prezzi durante le emergenze — chi specula su un bene di prima necessità in stato di calamità non sta “facendo mercato”, sta approfittando di una posizione di monopolio temporaneo creata da una disgrazia collettiva.
Chi obietta che questo sia un attacco al libero mercato confonde due situazioni diverse. Il prezzo che sale per domanda e offerta ha senso quando il cliente ha davvero un’alternativa — cambiare fornitore, aspettare, rinunciare. Qui l’alternativa non c’è: è un aeroporto chiuso per una calamità naturale, con voli sospesi fino alle 2 del 15 agosto e migliaia di persone che devono raggiungere un altro scalo per riprendere in mano la propria vita. Non è un mercato, è una trappola, e chi la sfrutta lo sa benissimo. In una situazione del genere il tetto tariffario emergenziale — già previsto altrove per hotel e voli in caso di calamità — non è un’ingerenza nello Stato di diritto, è l’unico modo per impedire che un disastro naturale diventi anche un disastro morale.