Se questo è isolamento: la Corea del Nord opera missili in territorio russo

Da tre anni la narrazione prevalente su certi media racconta un presidente russo sempre più isolato, stretto tra sanzioni e un’economia di guerra al collasso. I fatti delle ultime ore raccontano qualcosa di diverso: la Corea del Nord avrebbe cominciato a dispiegare una propria unità missilistica sul suolo russo, non più solo forniture ma personale operativo.

Secondo un funzionario dell’intelligence militare ucraina, citato da Reuters, un’unità nordcoreana composta da circa 90 militari avrebbe iniziato il dispiegamento nella regione russa di Voronezh, all’interno della 112ª Brigata missilistica. L’obiettivo dichiarato sarebbe mettere in servizio fino a sei lanciatori mobili e circa 120 missili balistici dei tipi KN-23 e KN-24, oltre a un lotto di 40 missili già consegnati nei giorni scorsi. Va detto con chiarezza: al momento l’informazione proviene da fonte unica, l’intelligence militare ucraina, e non risulta confermata né da Mosca né da Pyongyang. Se confermata, però, segnerebbe un salto di qualità nella cooperazione tra i due paesi.

Il salto, se davvero c’è, non sta tanto nei numeri quanto nel ruolo. Fino ad oggi la Corea del Nord ha rifornito lo sforzo bellico russo con milioni di proiettili d’artiglieria e, nel 2024, con 14.000 soldati inviati nella regione di Kursk per respingere l’incursione di terra ucraina. Un conto è fornire munizioni e uomini in appoggio, un altro è mettere in campo, sul territorio russo, un’unità missilistica propria destinata a colpire obiettivi in Ucraina. Da fornitore a protagonista operativo del conflitto: è la differenza tra vendere armi e usarle.

Nel frattempo, sul terreno, le conseguenze si contano nei bollettini quotidiani: gli ultimi raid su Kiev hanno colpito edifici residenziali causando almeno 17 morti. I missili balistici nordcoreani, a corto raggio e con traiettorie difficili da intercettare, sono considerati dagli analisti una minaccia crescente proprio perché l’Ucraina è cronicamente a corto di sistemi di difesa aerea avanzata capaci di abbatterli.

E qui arriva la domanda che i talk show evitano sistematicamente: cosa significherebbe, in concreto, una deterrenza europea seria? Non uno schieramento di truppe al confine nordcoreano, ovviamente, ma decisioni verificabili: accelerare le consegne di sistemi di difesa aerea avanzata a Kiev invece di discuterne per mesi nei vertici; portare davvero la spesa per la difesa ai livelli concordati in sede Nato, non solo sulla carta; proteggere le infrastrutture critiche europee — cavi sottomarini, reti energetiche — da un’attività ibrida che va avanti da anni quasi indisturbata. Deterrenza, quella vera, si misura in capacità e in tempi di reazione, non in comunicati stampa.

C’è poi un secondo fronte, interno, che meriterebbe altrettanta serietà. Nel 2019 un’inchiesta giornalistica riportò l’esistenza di un incontro all’hotel Metropol di Mosca in cui rappresentanti di un partito allora al governo avrebbero discusso con intermediari russi un possibile canale di finanziamento legato a una fornitura di petrolio; ne seguì un’indagine della magistratura, mentre l’allora ministro degli Esteri chiese l’apertura di una commissione parlamentare d’inchiesta sui rapporti economici e politici tra partiti italiani e Mosca. Nello stesso periodo un report dell’intelligence statunitense sostenne che la Russia avesse trasferito, dal 2014, circa 300 milioni di dollari a partiti e politici di oltre venti paesi per orientarne le scelte elettorali, mentre in Francia era già emerso che il Rassemblement National si fosse finanziato nel 2014 con un prestito da una banca russa. Se il pattern è europeo e documentato altrove, perché in Italia la domanda resta sempre sospesa a mezz’aria? Sarebbe forse il caso, oggi più che nel 2019, di accertare in modo trasparente quali forze politiche italiane mantengano canali finanziari o relazioni riconducibili, anche indirettamente, a soggetti legati a Mosca. Se accertati, legami di dipendenza politica o economica verso uno stato che oggi è di fatto co-belligerante in un conflitto in territorio europeo — e che schiera propri missili tramite un alleato — non sarebbero più materia di semplice polemica politica: il confine con il favoreggiamento di una potenza straniera, se non con l’alto tradimento, non sarebbe poi così lontano.

Di fronte a un quadro simile — un asse Mosca-Pyongyang che si consolida, non si sfalda, e che ora condivide anche l’operatività militare sul campo — continuare a raccontare l’isolamento del Cremlino richiede un esercizio di fantasia che si addice più alla propaganda che all’analisi. Ma è lo stesso schema di sempre: quando la realtà smentisce la narrazione, la narrazione semplicemente non se ne accorge.

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