La verità storica. Nata antifascista, cresciuta anticomunista

C’è un paradosso che la retorica ufficiale del 25 aprile preferisce non guardare troppo da vicino: la Costituzione della Repubblica italiana nasce antifascista, ma il sistema politico che le cresce sopra, quasi dal primo giorno, si costruisce sull’anticomunismo. Non è un’endiadi retorica: sono due cose diverse, nate in tempi diversi, con protagonisti in parte sovrapposti e in parte no.

Sulla Carta non ci sono dubbi ragionevoli. La Costituzione è scritta dall’alleanza del CLN — Comitato di Liberazione Nazionale — e il Partito Comunista di Palmiro Togliatti non ne è un bersaglio, ne è un autore. La XII disposizione transitoria, quella che vieta la riorganizzazione del disciolto partito fascista, porta anche il voto comunista. Togliatti stesso siede come Ministro della Giustizia nel governo che la redige. Fin qui, la fondazione è quella che i libri di scuola raccontano.

Il problema è quello che succede subito dopo, mentre l’inchiostro della Carta è ancora fresco. Nel maggio 1947 — mesi prima che la Costituzione entri in vigore — Alcide De Gasperi estromette PCI e PSI dal governo. La tempistica non è casuale: coincide con la pressione statunitense legata al Piano Marshall, i cui aiuti sono condizionati, esplicitamente, all’esclusione dei comunisti dall’esecutivo. La Repubblica nasce già spaccata in due: una Carta scritta insieme, un governo che tre mesi dopo la firma già esclude chi l’ha scritta.

Le elezioni dell’aprile 1948 sono il vero atto fondativo del sistema politico che seguirà — più di quanto lo sia stata la Costituzione stessa per l’antifascismo. Qui la documentazione non manca: finanziamento diretto della CIA alla campagna democristiana, la mobilitazione delle lettere degli italoamericani, l’intervento della Chiesa che culminerà l’anno dopo nella scomunica dei comunisti. Nel 1949 l’Italia entra nella NATO. Da quel momento parte quella che gli storici chiamano conventio ad excludendum: il PCI resta il primo o secondo partito del paese per voti per quasi mezzo secolo, e non tocca mai il governo nazionale, salvo la breve parentesi della solidarietà nazionale tra il 1976 e il 1979.

Fin qui si potrebbe ancora discutere di interpretazione storiografica. Da qui in avanti si entra nel campo degli accertamenti giudiziari e parlamentari, ed è lì che l’argomento smette di essere una tesi e diventa un fatto processuale. L’operazione Gladio, rete clandestina anticomunista coordinata da NATO e servizi italiani in funzione di resistenza a una eventuale invasione sovietica, viene ammessa in Parlamento dallo stesso Giulio Andreotti nell’ottobre 1990 — non una ricostruzione storiografica, una confessione istituzionale. Il Piano Solo del 1964, predisposto dal generale Giovanni De Lorenzo, resta più controverso: fu un piano di intervento dei Carabinieri predisposto in funzione anti-apertura a sinistra, ma quanto fosse un golpe in atto o un piano di contingenza mai attivato è questione su cui la Commissione parlamentare d’inchiesta degli anni Settanta non ha mai raggiunto un verdetto univoco. Il golpe Borghese del dicembre 1970 è invece un tentativo concreto, con processi che ne hanno accertato l’esistenza pur concludendosi con assoluzioni su alcuni capi d’imputazione per insufficienza di prove.

È la strategia della tensione, però, a offrire gli accertamenti più solidi. A Piazza della Loggia, Brescia, 1974: le condanne definitive arrivano solo nel 2015, all’ergastolo, e tra i condannati figura un informatore del SID — non solo eversione nera, dunque, ma un apparato dello Stato che la copre. A Bologna, 2 agosto 1980: le condanne sono le più solide dell’intera vicenda, con sentenze definitive sugli esecutori dei NAR e, nel 2020, condanne per depistaggio che risalgono fino a Licio Gelli e agli apparati dei servizi. Piazza Fontana e l’Italicus restano più aperti sul piano giudiziario: a Piazza Fontana la Cassazione, nel 2005, ha attribuito la responsabilità politica all’eversione di destra senza però condanne effettive, per intervenuta prescrizione; sull’Italicus non si è mai arrivati a un verdetto definitivo. Su questi due episodi la cautela resta d’obbligo, non per prudenza retorica ma perché è lo stato reale degli atti giudiziari.

La P2 chiude il quadro nel modo più esplicito di tutti. Il “Piano di rinascita democratica” di Gelli, accertato dalla Commissione Anselmi nel 1984, è un progetto dichiaratamente anticomunista di riorganizzazione autoritaria dello Stato. Nella lista dei suoi aderenti figuravano vertici militari, dei servizi segreti, della magistratura e dell’informazione.

Il 1994 chiude simbolicamente il cerchio, anche se la cronologia esatta merita una precisazione. Il muro di Berlino cade nell’89, l’URSS si scioglie nel ’91, e proprio nel ’91 il PCI si scioglie a sua volta, alla Bolognina, confluendo nel PDS: il bersaglio della conventio ad excludendum smette letteralmente di esistere. Tangentopoli, tra il ’92 e il ’94, polverizza DC e PSI, i partiti che per decenni avevano retto quell’esclusione. Il ’94 è dunque l’anno in cui crolla il vecchio sistema ed emerge il bipolarismo — non, tecnicamente, l’anno in cui l’erede del PCI entra al governo: quello arriverà solo nel ’96, con l’Ulivo.

Resta un fondamento costituzionale antifascista, scritto insieme. E resta, sovrapposto ad esso fin dal primo anno di vita della Repubblica, un sistema di potere costruito sulla paura del comunismo — con apparati dello Stato, in più di un’occasione accertata nelle aule di tribunale, pronti a difenderlo anche fuori dalle regole che quella stessa Costituzione aveva scritto.

di ranaldo lutzen

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