Quelle sciocchezze di sinistra che offendono arabi e italiani

C’è un’immagine che il giornalismo progressista adora: il ragazzo a torso nudo, aggrappato a un salvagente, con lo sguardo perso e la didascalia che recita “fuggono dalla disperazione”. È un’immagine vera, per carità, ma diventa una menzogna nel momento in cui la si trasforma in sineddoche di un’intera civiltà. Perché quei ragazzi, per quanto la retorica voglia convincerci del contrario, non rappresentano il mondo arabo: lo tradiscono. E chi li fotografa così, e li racconta così, sta insultando — con la stessa leggerezza — sia gli italiani che dovrebbero commuoversi a comando, sia i discendenti di una civiltà che in Europa non è mai sbarcata per chiedere l’elemosina.

Vale la pena ricordarlo, visto che la scuola pubblica sembra averlo dimenticato: l’Emirato di Sicilia, tra il IX e l’XI secolo, non fu un campo profughi ma un califfato che portò sull’isola l’agrumicoltura, i sistemi di irrigazione, l’algebra. In Al-Andalus, per settecento anni, si tradussero Aristotele e Tolomeo mentre il resto d’Europa bruciava streghe, e a Cordova si costruivano biblioteche quando altrove si bruciavano libri. I mori, i cartaginesi, gli arabi che la storia ha conosciuto non chiedevano il permesso: conquistavano. Ridurre quella eredità millenaria a un ragazzo scalzo su una spiaggia spagnola non è compassione, è cancellazione culturale travestita da buonismo.

Ed è la stessa identica pigrizia intellettuale di chi giudica un’intera comunità guardando un solo corteo, un solo fotogramma, e ne fa un’etichetta buona per ogni occasione: la stessa leggerezza di chi riduce tremila anni di storia, filosofia e letteratura a un’unica immagine da sfilata, dimenticando tutto il resto. Chi tratta il ragazzo del gommone come l’unico volto possibile del mondo arabo commette esattamente lo stesso errore, con la differenza che nel primo caso viene condannato dal perbenismo progressista, nel secondo viene applaudito da quello stesso perbenismo — perché in questo caso la vittima serve alla narrazione.

E chi dovrebbe sentirsi offeso, in tutto questo, se non i magrebini regolari, quelli arrivati in Italia e in Europa come studenti universitari, medici, ingegneri, lavoratori con contratto e permesso di soggiorno in regola? Sono loro i primi a essere derubati della propria complessità, ridotti per procura all’immagine del disperato in acqua, come se la loro civiltà non avesse prodotto altro che la fuga. È un insulto fatto in loro nome, senza chiedere il loro parere, dalla stessa stampa che si professa alleata.

E qui il confronto con il passato è impietoso. Montanelli e Pansa, raccontando l’emigrazione meridionale verso Torino e Milano negli anni Sessanta, non ridussero mai i meridionali al piantabasilico nel bidè o al mafioso di periferia — pur sapendo benissimo che, tra i tanti, c’erano anche i terroni da barzelletta e i mafiosi veri. Quei cronisti avevano un pudore che oggi sembra sparito, e soprattutto sapevano vedere oltre la punta del proprio naso: raccontavano un fenomeno complesso senza bisogno di appiattirlo su un’unica fotografia strappalacrime. La differenza, tra allora e oggi, non è nei fatti. È nel mestiere.

di @disciplinanazionale Ranaldo Lutzen

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