Gli ultimi sono uguali, ma alcuni sono più uguali degli altri

C’è una liturgia, nella sinistra italiana contemporanea, fatta di cortei, hashtag e comunicati sindacali, che si autorappresenta come l’ultimo baluardo dei deboli: donne, minori, migranti, minoranze di ogni tipo. È una liturgia sincera, va detto per onestà, prima di smontarla pezzo per pezzo. Il problema arriva quando i deboli da difendere si contraddicono a vicenda, e la teologia woke deve scegliere — cosa che, sistematicamente, evita di fare.

Prendiamo il caso più scomodo, quello che nessun comunicato stampa riesce a metabolizzare fino in fondo. Il 15 luglio 2026 la Corte di Cassazione ha reso definitive le condanne all’ergastolo per i genitori e i cugini di Saman Abbas, la diciottenne pakistana uccisa a Novellara nel 2021 per essersi rifiutata di sposare un cugino scelto dalla famiglia; ventidue anni per lo zio, esecutore materiale. Un procedimento parallelo, ancora aperto, riguarda il padre anche per il reato specifico di costrizione al matrimonio. La stampa di settore lo ha già ribattezzato “femminicidio d’onore”, ed è diventato materia di saggistica femminista. Ecco: quando la violenza patriarcale indossa un turbante invece di un basco alla Che Guevara, l’indignazione della sinistra si fa improvvisamente più cauta, più circostanziata, più attenta a non “generalizzare” — un lusso semantico che non si concede mai quando il patriarcato è made in Italy.

Lo stesso riflesso si è visto in Senato lo scorso gennaio 2026, quando due attiviste iraniane sono salite a Palazzo Madama a implorare l’Italia di non lasciare solo il loro popolo mentre il regime di Teheran massacrava manifestanti nelle strade. Il Partito Democratico ha votato la mozione bipartisan di condanna; il Movimento 5 Stelle, unico tra le opposizioni, si è astenuto, lamentando che il testo non escludesse esplicitamente un intervento militare unilaterale — leggasi: americano. Ci sono volute settimane e polemiche interne prima che anche i pentastellati si facessero vedere, il 16 gennaio, alla manifestazione di piazza del Campidoglio per le donne iraniane. Il principio “i diritti delle donne non hanno bandiera” regge fino a quando non tocca scegliere tra il femminismo e il riflesso antioccidentale: allora vince il secondo, e il primo aspetta in anticamera.

Della stessa pasta è fatta l’incoerenza sulla politica estera in senso stretto. Il 27 luglio 2026 la Camera ha votato sulla partecipazione italiana alle missioni internazionali per il 2026: sette risoluzioni diverse, nessuna condivisa. Il Pd ha autorizzato la proroga del sostegno Nato, Ue e bilaterale a Kyiv, compresa la missione di addestramento delle forze ucraine; Movimento 5 Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra hanno detto sì soltanto alla missione europea, no a quella Nato. Non è un episodio isolato: già a marzo un senatore pentastellato aveva dichiarato senza giri di parole che con il M5S al governo gli aiuti militari a Kyiv cesserebbero. Tradotto: l’Ucraina invasa da una potenza nucleare confinante può attendere il tempo di una mediazione, mentre per Gaza la stessa area politica ha organizzato, tra settembre e ottobre 2025, scioperi generali proclamati dalla Cgil, cortei con diecimila persone a Mestre e altrettante a Torino — quest’ultimo patrocinato anche dalle moschee cittadine — più la Marcia Perugia-Assisi e la mobilitazione romana del 4 ottobre per la Flotilla. Anche osservatori dell’area movimentista, dalle colonne della propria stampa, hanno dovuto ammettere che la piazza di sinistra è scesa in strada per la Palestina “con una passione da tempo sconosciuta” mai riservata all’Ucraina. Israele, dal canto suo, resta la casella più scomoda del cruciverba: gli ostaggi del 7 ottobre e le vittime israeliane raramente trovano lo stesso spazio emotivo riservato ai civili di Gaza, come se la sofferenza avesse un passaporto gradito e uno sgradito.

E gli italiani? Restano l’ultimo popolo oppresso a non avere una piazza dedicata: nessuno sciopero generale per le liste d’attesa in sanità, nessun corteo per il potere d’acquisto eroso, nessuna Perugia-Assisi per la sicurezza nei quartieri. L’internazionalismo scalda di più della cronaca di casa propria, probabilmente perché la seconda richiederebbe di ammettere che qualche errore lo si è fatto anche da questa parte del tavolo.

Tutto questo trova la sua chiave di lettura più onesta non nell’ideologia, ma nella tattica elettorale. Il “campo largo” — l’ennesima incarnazione di un’alleanza che va dal Pd atlantista al M5S neutralista, passando per una sinistra radicale che considera la Nato un problema più grande di Mosca — non condivide un programma: condivide un avversario. Esattamente come negli anni Novanta e Duemila l’Ulivo prima e l’Unione poi tennero insieme socialisti riformisti, ex comunisti e centristi cattolici nell’unico collante possibile, l’anti-berlusconismo, salvo poi sfarinarsi appena raggiunto il governo, oggi la stessa architettura provvisoria si regge sull’avversione per l’attuale presidente del Consiglio. Il problema è che Berlusconi, con tutti i suoi difetti, non costringeva la coalizione a litigare su chi armare e chi no: la nemesi attuale, più severa, obbliga la sinistra a mostrare in pubblico proprio le contraddizioni che preferirebbe tenere in famiglia. Difendere gli ultimi va benissimo, finché gli ultimi non si mettono a litigare tra loro davanti alle telecamere — e la sinistra, costretta a scegliere, sceglie quasi sempre in base a chi le somiglia di più, non a chi soffre di più.

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