Fora dei bal: una lezione a Trump

Il campo insegna che certe cose non si comprano. Ora non gli resta che bombardare il Belgio?

Il verdetto del campo è di quelli che fanno saltare il parrucchino e, per una volta, non ci sono ricorsi in Florida o post in caps lock che tengano. Gli Stati Uniti sono ufficialmente fuori dai Mondiali, rispediti al mittente da un Belgio spietato. La vera tragedia nazionale, però, non è sportiva, ma esistenziale. Il tycoon si è ritrovato davanti a uno shock culturale senza precedenti, costretto a scoprire che il calcio ha una sua spietata e democratica onestà che sfugge alle logiche del potere assoluto.

Con ogni probabilità, il miliardario si era approcciato al torneo convinto che il calcio funzionasse esattamente come il wrestling, un meraviglioso circo dove si bara per consuetudine, le mosse si provano a tavolino e la trama è scritta in anticipo da un produttore compiacente. Intendiamoci, nel mondo del pallone il marcio non manca di certo, e forse il biondo presidente sperava nel solito aiutino di sistema, magari confidando sulla sponda di Gianni Infantino — prontamente ribattezzato “Infamtino” dai maligni della curva — o persino sui miracoli di un’intelligenza artificiale di parte, costretta a scrivergli un finale da eroe. E invece no: la realtà si è rivelata brutalmente onesta. Nemmeno la combinazione strategica tra “Infamtino”, gli algoritmi compiacenti di un’AI e i fantastiliardi di Washington può fare il miracolo di trasformare delle schiappe clamorose in campioni. Se i piedi sono quadrati, non esiste cupola o tecnologia capace di raddrizzarli.

A trasformare la serata in un capolavoro di satira involontaria ci ha pensato Romelu Lukaku. Il centravanti belga, dopo aver trafitto la difesa statunitense, ha deciso di scatenare l’inferno diplomatico esibendosi, proprio davanti ai tifosi americani, nella famigerata “Trump dance”. Vedere il balletto della vittoria elettorale riciclato come sberleffo calcistico da un gigante di Anversa deve aver provocato un travaso di bile senza precedenti oltreoceano. Il successo e il rispetto, dopotutto, non si comprano un tanto al chilo.

Davanti a un simile affronto alla dignità nazionale, lo scenario futuro si fa teso. Rimasto senza argomenti, senza coppa e ferito nell’orgoglio, a Trump ora non resta che bombardare il Belgio? Mettiamo un prudenziale punto interrogativo per pararsi le spalle, sia mai che qualcuno a Washington prenda la provocazione sul serio. Se i caccia fortunatamente resteranno negli hangar, è comunque lecito attendersi una rappresaglia spietata a colpi di dazi nucleari su cioccolato, birra artigianale e patatine fritte. I diavoli rossi festeggiano il passaggio del turno, mentre la Casa Bianca cerca disperatamente di capire dove si trovi Bruxelles sulla cartina per vendicare l’umiliazione di chi è stato ufficialmente invitato a levarsi fora dei bal.

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