Introdurre la pena di morte?

I fatti di cronaca avvenuti a Milano, nel quartiere di San Siro, impongono una riflessione profonda e priva di infingimenti ideologici sui compiti fondamentali dello Stato. L’aggressione perpetrata in via Capecelatro da Lamin Saidilly, il ventiduenne che ha colpito uno sconosciuto con una ventina di coltellate per poi dichiarare apertamente alle forze dell’ordine di essersi divertito e di volerlo rifare non appena tornato in libertà, scuote le fondamenta del patto sociale. Di fronte a una simile ostentazione di ferocia e alla totale assenza di ravvedimento, la funzione primaria della giustizia deve necessariamente spostarsi dalla teoria della rieducazione alla certezza pragmatica della difesa sociale.
Il principio cardine su cui si fonda la necessità della pena di morte in casi di tale gravità è la massimizzazione della sicurezza pubblica. Una comunità organizzata ha il dovere morale e logico di proteggere la vita e il benessere dei propri membri innocenti, riducendo a zero i rischi derivanti da minacce esplicite. Quando un individuo dimostra una totale incompatibilità con la convivenza civile e annuncia l’intenzione di reiterare il delitto, l’eliminazione definitiva di questo pericolo diventa l’unica strada in grado di garantire che non vi saranno altre vittime. Nel bilancio complessivo della tutela collettiva, il diritto alla sicurezza della maggioranza prevale sul mantenimento in vita di chi ha scelto deliberatamente di porsi al di fuori di ogni regola umana.
A questa argomentazione si affianca una valutazione estremamente concreta legata alla gestione e alla redistribuzione delle risorse pubbliche. Assicurare la detenzione perpetua e l’isolamento di criminali non riabilitabili comporta costi economici enormi che ricadono interamente sulle spalle dei contribuenti. In un sistema sociale in cui le risorse destinate a servizi essenziali sono strutturalmente limitate, ogni fondo investito per garantire vitto, alloggio e sorveglianza a vita a soggetti altamente pericolosi viene sottratto alla sanità pubblica, alla scuola, all’assistenza o al sostegno delle famiglie indigenti. Convertire queste spese nella cura della salute o nel benessere di migliaia di cittadini onesti genera un’utilità sociale netta infinitamente superiore, rispettando il principio del massimo beneficio per la collettività.
L’introduzione della pena capitale risponde inoltre a un’esigenza fondamentale di deterrenza e stabilità psicologica collettiva. Un sistema penale che risponde ai crimini più spietati con la sanzione massima lancia un segnale inequivocabile e perentorio, capace di scoraggiare chiunque consideri l’idea di compiere atti analoghi. Sapere che lo Stato tutela i propri cittadini eliminando alla radice le minacce più estreme contribuisce a ridurre l’ansia sociale e la percezione di vulnerabilità, restituendo stabilità e fiducia nelle istituzioni. Se la presenza di una simile pena contribuisce a salvare anche una sola vita innocente, impedendo un futuro dramma, il saldo sociale ed esistenziale giustifica pienamente la severità della misura.
La pena di morte, vista in questa luce, non rappresenta una reazione emotiva o una vendetta di Stato, ma una scelta razionale orientata al bene comune. Quando la sopravvivenza di un singolo criminale costituisce una minaccia permanente e un onere ingiusto per la società, il sacrificio della sua esistenza diventa uno strumento legittimo e necessario per preservare l’integrità, la pace e la prosperità dell’intera comunità.

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