Schlein, la sentenza anticipata: l’omotransfobia come verità prima ancora dei fatti

Il 27 giugno 2026, al Pride di Milano, la segretaria del Pd Elly Schlein arriva a sorpresa, sfila per un tratto sul carro del partito e pronuncia una frase che vale più di un comunicato: «L’omotransfobia uccide», riferendosi all’omicidio di Mirko Moriconi, 24 anni, che aveva scelto di chiamarsi Michelangelo Andreoni. Cita anche un suo vecchio post social, datato 2022, in cui il ragazzo scriveva che per il padre sarebbe stato «meglio morto che gay». Da quella frase, e da quella morte, Schlein fa scattare la richiesta di una nuova legge contro l’odio, dopo che — ricorda — il ddl Zan è stato «affossato».

Il problema è la tempistica. Mirko Moriconi e la madre Kety Andreoni, 52 anni, sono stati uccisi a fucilate il 24 giugno a Pieve di Camaiore (Lucca) dal padre e marito Piero Moriconi, 63 anni, operaio edile, ora detenuto nel carcere di Lucca con l’accusa di duplice omicidio volontario aggravato dal vincolo di parentela. L’udienza di convalida dell’arresto si è tenuta appena il 26 giugno — un giorno prima del comizio di Schlein al Pride. Le indagini sono nella fase più preliminare possibile: nessuna perizia, nessuna chiusura indagine, nessun rinvio a giudizio ha ancora stabilito un movente.

E il movente, stando agli atti finora emersi, non è affatto quello presentato come acquisito. Nell’interrogatorio del 25 giugno davanti alla pm Elena Leone, Moriconi ha attribuito il gesto a tutt’altro: richieste continue di denaro da parte del figlio, che descrive come violento e minaccioso, problemi di tossicodipendenza e alcol, presunti disturbi psichiatrici; quanto alla moglie, sostiene che fosse lei a picchiarlo e a minacciare di lasciarlo solo a gestire «il problema Mirko». Sull’omosessualità del figlio, Moriconi ha dichiarato di essere stato «ansioso» e «preoccupato» — ma ha escluso esplicitamente che fosse questo il motivo dell’omicidio. Il suo avvocato d’ufficio, Giacomo Fabbri, ha ribadito la stessa linea: non è vero che provasse odio per il figlio in quanto gay.

Resta, naturalmente, il post del 2022 con quella frase pesantissima attribuita al padre: un elemento reale, grave, che gli inquirenti dovranno verificare e contestualizzare. Ma tra un post di quattro anni prima e la sera di un litigio per soldi finito a fucilate, il nesso causale è esattamente ciò che un’indagine penale esiste per accertare — non ciò che un comizio al Pride può dichiarare già accertato.

Schlein non ha aspettato gli inquirenti. Ha preso un’ipotesi — una delle ipotesi, contestata frontalmente dall’indagato e dal suo difensore — e l’ha trasformata in fatto compiuto, utile a riportare in agenda una legge che il Parlamento aveva già respinto. È la differenza, sempre più sottile in questo Paese, tra fare politica sui fatti e fare politica sul movente che si preferisce ci sia stato.

Fonti: Ansa, Open, Il Fatto Quotidiano, Il Messaggero, Today, Leggo, Il Giornale, La Voce — articoli del 25-27 giugno 2026 sul duplice omicidio di Pieve di Camaiore.

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