Corvi e becchime

Corvi e becchime. Nella politica italiana esiste una categoria di pennuti coloratissimi che approfittano dei rimasugli delle tovaglie sbattute dai balconi, ogni qualvolta il padrone di casa d’oltreoceano si stizza e rovescia il vassoio. Stavolta il banchetto è andato in pezzi davanti a tutti, sulle rive del lago di Evian, quando il tycoon, punto nell’orgoglio per un rifiuto opposto sulle basi e per una linea troppo timidamente filopapale sulla guerra che ha scelto di non condividere, ha deciso di umiliare in pubblico la sua ex pupilla con la grazia di chi getta le briciole a un piccione e poi se ne vanta sui rotocalchi. Apriti cielo: e così, mentre la premier incassa il colpo con il consueto sorriso da gita scolastica, ecco levarsi in volo, dai due lati opposti del pollaio, i corvi di sempre.

Da un ramo il vecchio cardellino fiorentino, naufrago di tre partiti e mezzo, che si schiarisce la voce e proclama che la premier è stata abbandonata, che la destra ha fallito, che lui — manco a dirlo — l’aveva previsto. Poco importa che il suo intero repertorio politico consista, da un decennio, nel commentare i fallimenti altrui con l’entusiasmo di chi ha trovato un parcheggio libero sotto casa. Dall’altro ramo, il giovane falco atlantista, cresciuto a pane e think-tank, risponde per le rime: altro che umiliazione, la premier ne esce più forte, mica è una vassalla. Anche qui, poco importa che la forza in questione si misuri esclusivamente in comunicati stampa, mentre il tycoon ha già cambiato umore altre tre volte da quando è stato scritto il primo titolo.

Il bello, semmai, è che nessuno dei due becchini d’opposta livrea si chieda perché l’intera politica estera italiana dipenda ancora, nell’anno di grazia 2026, dal tono di una telefonata e dall’estro di un uomo che valuta le alleanze come valuta i propri immobili: secondo chi gli fa più comodo quel giorno. Ma questo, si sa, è dettaglio che non rende sui social. Meglio il becchime.

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