C’è una frase, in questi giorni, che vale più di mille comunicati diplomatici: “io e l’Italia non imploriamo mai”. Pronunciata con la fierezza di chi rivendica una dignità nazionale offesa da un alleato che racconta, al telefono con un cronista, di essere stato implorato per una fotografia. Bella frase. Peccato che, a guardare bene il resto della settimana, l’unica cosa che davvero l’Italia — e con essa l’Europa, e con essa chiunque viva sotto l’ombrello della Nato — dovrebbe implorare non è una foto. È un esame medico per chi sta dall’altra parte dell’Atlantico.
Non per cattiveria. Per metodo scientifico applicato alla cronaca. Proviamo a metterli in fila, gli ultimi giorni, senza commento, solo i fatti nudi: l’inquilino della Casa Bianca minaccia di bombardare “senza pietà” se non arriva una firma; ventiquattr’ore dopo i bombardamenti ci sono davvero, quarantanove missili da crociera; il giorno dopo ancora l’accordo è fatto, e i termini sono quelli che si concedono a chi ha vinto, non a chi è stato sconfitto — trecento miliardi di fondo ricostruzione per Teheran, restituzione dello Stretto di Hormuz, sanzioni in smantellamento. Chi ha cominciato dicendo che avrebbe reso “inoffensivo” il regime degli ayatollah finisce per firmargli un assegno. E nel frattempo, lo stesso protagonista che pochi mesi fa umiliava in diretta il presidente ucraino chiamandolo “dittatore senza elezioni” e minacciandolo di lasciarlo “senza Paese”, oggi gli stringe la mano al G7 e annuncia che è la Russia, ora, a dover trattare. Settimane, non anni, separano l’insulto dall’abbraccio.
Tutto questo avrebbe un nome rispettabile — diplomazia coercitiva, teoria del pazzo applicata ai negoziati, imprevedibilità come leva — se la minaccia colpisse l’avversario. Ha una logica, per quanto brutale, spaventare chi sta dall’altra parte del tavolo. Quello che non ha alcuna logica, nemmeno la più cinica, è insultare chi ti serve per chiudere la stessa partita. Prendere a schiaffi verbali la premier italiana mentre le si chiede di restare compatta sull’Ucraina, o il presidente ucraino mentre gli si chiede di firmare la pace che gli stai vendendo come vittoria: questo non è strategia, è autolesionismo travestito da fermezza. E quando l’autolesionismo si ripete con una regolarità che definirei, appunto, clinica — sempre lo stesso schema, sempre lo stesso “mi dispiace per te” rivolto a chi gli serve, mai a chi gli fa davvero paura — il problema smette di essere politico e comincia a riguardare l’affidabilità della persona.
Qui arriva il punto che nessuno, in Europa, ha il coraggio di scrivere senza nascondersi dietro un eufemismo: stiamo parlando di un uomo con accesso esclusivo, americano e quindi anche un po’ nostro, a un arsenale nucleare capace di porre fine alla specie umana. Per qualunque altra professione — un pilota, un chirurgo, un controllore di volo — l’incoerenza comportamentale che stiamo descrivendo basterebbe a far scattare automaticamente una visita. Per il comandante in capo della potenza più armata del pianeta, invece, l’unico meccanismo previsto — il venticinquesimo emendamento, l’impeachment, il giudizio del proprio gabinetto — non si attiva mai, per la ragione più semplice e più squallida che esista: chiunque avrebbe l’autorità per chiederlo gli deve la propria carriera. Non è cecità, è convenienza. Il sistema di pesi e contrappesi americano funziona benissimo sulla carta e fallisce sistematicamente quando chi dovrebbe azionarlo ha tutto da perdere a farlo.
Ecco perché l’Italia, oggi, dovrebbe implorare. Non un selfie, non una stretta di mano a Evian, non una telefonata di scuse che non arriverà. Dovrebbe implorare — insieme al resto degli alleati, con una voce sola che finora nessuno ha trovato il coraggio di alzare — un minimo di trasparenza istituzionale su chi decide, materialmente, dove cadono le bombe e quando si firma la pace. Non per curiosità morbosa sulla sua testa. Per la semplicissima ragione che la sua testa, in questo momento storico, è anche un poco la nostra.
Ironia della sorte: forse l’unico modo per essere ascoltati, da chi disprezza chi implora, è proprio implorare. Almeno questa volta, però, non per una fotografia.