Igor Protti è morto a cinquantotto anni, e il calcio italiano ha fatto quello che sa fare meglio in questi casi: ha tirato fuori gli aggettivi buoni, ha rispolverato le immagini di un’epoca in cui un centravanti restava capocannoniere anche con la squadra che retrocedeva, e per un pomeriggio ha smesso di parlare di plusvalenze e diritti tv. Poi, prevedibilmente, tornerà a parlarne.
Protti aveva un primato che oggi suonerebbe quasi comico, se non fosse straordinario: unico calciatore capace di vincere la classifica marcatori in Serie A, B e C. Un’epoca in cui i bomber giocavano dove li mandava il destino, non l’agente, e in cui un attaccante poteva passare dal trascinare il Bari fino al record di gol in massima serie — in una stagione che si chiuse comunque con la retrocessione, paradosso che oggi farebbe vendere meno maglie ma allora costruiva leggende — al diventare bandiera assoluta di Livorno, città che lo adottò come si adotta un parente, non un dipendente a tempo determinato.
Quello che differenzia Protti da metà del calciomercato contemporaneo è semplice, e proprio per questo difficile da raccontare a chi è cresciuto guardando un centrocampista cambiare casacca tre volte in due stagioni: restava. Tornava. Si legava a una maglia per ragioni che non erano nel contratto. Nell’Italia dei procuratori e delle clausole rescissorie, la fedeltà di un calciatore a una città è diventata un reperto archeologico, qualcosa che si racconta ai più giovani con lo stesso tono con cui si parla delle lire o delle cabine telefoniche.
C’è poi un secondo capitolo, più scomodo da scrivere perché non riguarda il calcio ma la malattia, e qui la retorica andrebbe lasciata fuori dalla porta. Protti aveva raccontato pubblicamente, senza pudori da social media e senza l’ipocrisia di chi minimizza per consolare gli altri, la sua battaglia contro un tumore al colon. L’ha fatto con una lucidità che stride non poco con il modo in cui la nostra società tratta la malattia grave: di solito sussurrata, talvolta nascosta, quasi sempre infilata in un eufemismo, come se nominarla per quello che è fosse una mancanza di tatto. Protti ha scelto la strada opposta, e ha continuato a farsi vedere, fino al matrimonio della figlia a fine maggio, fino alla fiaccola olimpica portata sul lungomare di Livorno qualche mese prima.
Il suo ultimo messaggio, lasciato alla famiglia perché lo condividesse, paragonava la vita a una partita arrivata al fischio finale. Un’immagine semplice, forse fin troppo scontata per i canoni di chi scrive di calcio per professione, ma che da un uomo che ha sempre giocato d’attacco — in campo come, evidentemente, nella vita — arriva con un peso specifico diverso.
Restano i numeri, i gol, il record che nessuno ha più eguagliato. Resta soprattutto un’idea di sport e di appartenenza che il pallone di oggi, tra fondi sovrani e calendari compilati per il fuso orario asiatico, fatica persino a immaginare.