C’è qualcosa di profondamente rivelatore nel fatto che la fiera della piccola e media editoria, da sempre consacrata alla libertà del libro, abbia scelto di condizionare la partecipazione alla propria venticinquesima edizione alla sottoscrizione di una “dichiarazione di antifascismo”. Si chiama “Più libri più liberi”, nome che d’ora in poi suonerà come un lapsus freudiano: liberi sì, ma solo dopo aver esibito la patente dell’anima.
L’iniziativa è dell’AIE, l’Associazione Italiana Editori, che ha introdotto nella modulistica di adesione una sorta di autocertificazione ideologica: chi espone deve dichiarare, nero su bianco, di essere antifascista. La misura nasce sulla scia di una polemica scoppiata l’anno scorso per la presenza di una casa editrice ritenuta da alcuni vicina a cultura politica di destra. La soluzione individuata è la più pigra e insieme la più pericolosa: invece di valutare i contenuti pubblicati, si pretende una resa dei conti interiore. Si chiede, in sostanza, ai librai di confessarsi.
Il problema è che una simile pretesa è costituzionalmente insostenibile, e lo è su più livelli.
Il primo è il più immediato: l’articolo 21 della Costituzione tutela la libertà di manifestazione del pensiero, ma questa tutela comprende anche — e la giurisprudenza costituzionale lo ha chiarito in più occasioni — la libertà di non manifestare il proprio pensiero, di non aderire pubblicamente a nessuna dottrina, di non farsi etichettare. Obbligare qualcuno a dichiarare la propria fede politica come condizione per accedere a un’attività economica e culturale equivale a ciò che la dottrina anglosassone chiama compelled speech, il discorso coatto: una violazione non della libertà di parola, ma della libertà di silenzio.
Il secondo livello riguarda il finanziamento pubblico. La fiera si svolge alla Nuvola all’EUR, struttura di proprietà di una società partecipata pubblica, e beneficia tradizionalmente di contributi e patrocini istituzionali. Quando il denaro pubblico — cioè di tutti — confluisce in un evento, quell’evento non può permettersi di operare discriminazioni su base politica senza violare il principio di eguaglianza sancito dall’articolo 3 della Costituzione. Lo Stato non può fare quello che non farebbe direttamente: escludere un editore dalla vita pubblica perché si rifiuta di dichiarare la propria ortodossia ideologica.
Il terzo livello, forse il più sottovalutato, è quello epistemico: chi certifica la veridicità della dichiarazione? L’autocertificazione è uno strumento giuridico pensato per attestare fatti oggettivi e verificabili — la residenza, la cittadinanza, l’assenza di condanne penali. “Sono antifascista” non è un fatto verificabile: è un’opinione su se stessi. Chiunque può scrivere qualsiasi cosa su un modulo. Il “patentino”, dunque, non filtra nessuno: è un rito propiziatorio, una genuflessione simbolica richiesta come pedaggio di accesso. Serve a umiliare, non a selezionare.
E poi c’è la questione definitoria, che è la più devastante. Cosa si intende esattamente per “fascismo” nel 2026? Esiste in Italia un acceso dibattito, mai sopito, in cui la parola viene usata con tale elasticità da perdere qualsiasi contenuto descrittivo: è “fascista” chi limita l’immigrazione, chi non gradisce certe politiche gender, chi difende l’interesse nazionale, chi critica le élite finanziarie, chi sostiene il primato della legge sull’attivismo giudiziario. Al contrario, vi sono intellettuali e giornalisti che si autodefiniscono antifascisti e che altri settori della stessa sinistra bollano regolarmente come “fascisti” o “complici dei fascisti”. La categoria è diventata un’arma retorica, non un concetto analitico. E si pretende di costruirci sopra un criterio di accesso a una fiera del libro.
Il paradosso finale è che questa iniziativa — nata con l’intenzione dichiarata di difendere la cultura democratica — produce esattamente il contrario di ciò che promette. La democrazia culturale non si difende escludendo chi non firma la dichiarazione giusta: si difende con l’abbondanza dei libri, con la molteplicità dei punti di vista, con la fiducia nel lettore. Un lettore adulto che si confronta con idee diverse è più libero di un lettore a cui si è già preselezionato il catalogo in nome dell’etica.
Il fascismo storico, quello vero, non amava la pluralità editoriale. Sarebbe il caso di ricordarselo, prima di firmare l’ennesima dichiarazione.