La Repubblica delle loro idee

Si è aperta a Bologna, dal 12 al 14 giugno, la nuova edizione della Repubblica delle Idee, la kermesse annuale che il quotidiano di Largo Fochetti organizza per celebrare sé stesso, i propri firmatari e quella ristretta cerchia di intellettuali che da trent’anni occupa le stesse poltrone, gli stessi palchi e gli stessi titoli di giornale. Lo slogan di quest’anno è solenne: “Una storia di futuro, il futuro della storia”. Tradotto dal politichese culturale significa, più semplicemente, che la storia la scrivono loro e il futuro lo decidono loro. Gli altri assistono, applaudono e, se possibile, sottoscrivono l’abbonamento digitale.

Il copione è quello di sempre. Sale lo storico di turno a spiegare che dopo Berlusconi sono arrivati “i mostri veri”, e il pubblico annuisce gravemente, come se la diagnosi fosse una novità e non la litania ripetuta da vent’anni a ogni festival, in ogni libro, in ogni editoriale. Sale poi l’intellettuale israeliano dissidente — rigorosamente di sinistra, rigorosamente in conflitto con il proprio governo — a confessare quanto si vergogni del ministro di estrema destra del suo Paese. È il momento internazionale obbligatorio: serve a dimostrare che la cerchia non è provinciale, che parla al mondo, e che il mondo, naturalmente, le dà ragione. Salgono infine i protagonisti politici di servizio, quelli che da due decenni occupano i talk show e che ora occupano anche i festival, perché il confine fra opinionismo televisivo e dibattito culturale è stato cancellato da tempo, ed è stato cancellato proprio da loro.

Il problema non sono i singoli nomi. Il problema è il dispositivo. La Repubblica delle Idee non è un luogo dove si discute: è un luogo dove ci si riconosce. È il rito attraverso cui un ceto culturale verifica annualmente la propria persistenza, conta le proprie file, ribadisce le proprie tesi e si auto-conferma indispensabile. Gli ospiti intervistano i colleghi, i colleghi recensiscono gli ospiti, gli ospiti scrivono prefazioni ai libri dei colleghi, i colleghi invitano gli ospiti alla prossima edizione. Il cerchio si chiude, si riapre, si richiude. E intanto fuori dalle sale, fuori dai portici di Bologna, fuori dal recinto sacro del Teatro Arena del Sole, il Paese reale prende strade che a quel ceto sfuggono da almeno tre tornate elettorali.

Il titolo “Repubblica delle Idee” suggerisce, con una certa magnanimità, che le idee in questione appartengano alla Repubblica, cioè a tutti. Sarebbe più onesto chiamarla per quello che è: la Repubblica delle loro idee. Il possessivo non è un dettaglio. È la chiave di tutto. Quelle idee sono di una cerchia precisa, riconoscibile, coesa, e non hanno alcuna pretesa di rappresentare un Paese che, da quel ceto, si è scollato da un pezzo. La cerchia se ne è accorta, ovviamente, ma ha scelto di interpretare lo scollamento non come un problema proprio — di linguaggio, di temi, di prossimità reale — bensì come un problema del Paese, che evidentemente non ha capito, non ha studiato abbastanza, è stato sedotto dai populisti, dai social, dagli algoritmi, dai mostri.

Così, edizione dopo edizione, festival dopo festival, la Repubblica delle loro idee va in scena identica a sé stessa. Cambiano i titoli sui pannelli, cambiano i sottotitoli, cambia qualche giovane volto cooptato all’ultimo momento per dare l’idea del ricambio generazionale. Ma il meccanismo è immutabile: il ceto si convoca, il ceto si ascolta, il ceto si applaude. E il giorno dopo i giornali del ceto raccontano quanto sia stato bello l’incontro del ceto. Il futuro della storia, in questa cornice, somiglia molto al passato della loro storia. Con la differenza che ormai pure il pubblico, quello vero, ha smesso di crederci.

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