Si potrebbe andare tutti allo Zoo Comunale

Non avvicinatevi alle sbarre Conpagni: il popolo potrebbe mordere

C’è un rito che si rinnova, puntuale come le stagioni. Il grande narratore — quello con il libro in classifica, il monologo televisivo e il cachet a cinque cifre — sale sul palco e invita il popolo a ritrovarsi. In piazza. Insieme. Come una volta.

Il popolo, ovviamente, non è in platea. In platea ci sono gli abbonati. Quelli con il cappotto giusto, la battuta pronta su Gramsci e un reddito che non li ha mai costretti a scegliere tra il bollo auto e la spesa.

Ma questo è un dettaglio che non disturba nessuno.

Perché l’intellettuale da salotto ha una virtù rara: parla di tutti, ma solo con i suoi simili. Il festival della grande firma chiama altre grandi firme. Il giornalista stellare intervista il narratore stellare davanti a una platea di lettori stellari. Si citano a vicenda, si applaudono a vicenda, si indignano a vicenda — e alla fine escono insieme a cena, in un posto dove il coperto da solo vale più di una giornata di lavoro operaio.

Questo lo chiamano “rinnovare il rito della piazza”.

Noi, con meno eleganza ma più onestà, lo chiameremmo specchio che parla allo specchio.

Questi sono i traduttori ufficiali della sinistra da salotto. Il loro compito è nobile: fare da ponte tra chi ha tutto e chi non ha niente, tra chi decide e chi subisce, tra il Lexicon e il dialetto. Peccato che il ponte lo guardino solo dall’alto, con il binocolo.

Perché il popolo, per loro, è una specie affascinante ma sostanzialmente incomprensibile. Lo osservano come si fa in un safari: dal finestrino del fuoristrada, a distanza di sicurezza, con aria commossa e vagamente preoccupata. Lì fuori ci sono gli esemplari — urlano cose, votano cose strane, comprano al discount — e bisogna capire cosa vogliono, cosa chiedono, cosa borbottano.

Ma non basta un semplice interprete. No, loro vogliono il meglio. E quindi ecco la soluzione: attori, cantanti, musicisti, artisti, giornalisti di complemento — tutta una filiera di mediatori professionisti che traducono il mugugno del populino in qualcosa di presentabile, di digeribile, di adatto al palco. Qualcuno che sappia raccontare la sofferenza degli ultimi senza mettere a disagio i primi.

Loro, i grandi numi, restano sul palco. Dietro le quinte, al sicuro. Hai visto mai che qualcuno di quella gente là fuori abbia davvero fame — quella fame vera, non quella metaforica dei loro saggi — e si avvicini alle sbarre. Meglio non rischiare. Meglio mandare avanti qualcuno di più atletico, più giovane, più abituato al contatto con la realtà.

Loro difendono la piazza a parole. Ma alle sbarre non ci si avvicinano.

Il problema non è che esistano intellettuali con redditi da un milione annuo — per carità, ognuno vale quel che il mercato gli riconosce. Il problema è la narrazione: il tono da tribuni del popolo, l’invito alla partecipazione civica, il rimpianto per la comunità perduta — tutto recitato da chi vive in una bolla così ermetica da non accorgersi nemmeno della propria distanza.

La piazza che invocano non l’hanno frequentata da decenni. Semmai la sorvolano, in taxi, diretti al prossimo palco.

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