La caccia inutile al ministro israeliano (a nostre spese!)

La Procura di Roma apre un’indagine su Ben Gvir. Lui ride. Noi paghiamo.

Piazzale Clodio è una delle procure più intasate d’Europa. Ogni anno smaltisce circa 120.000 fascicoli, con tempi medi che oscillano tra i tre e i sette anni. Truffe, stalking, violenza domestica, reati fiscali: migliaia di fascicoli attendono mesi prima che un PM abbia il tempo di aprirli. In questo contesto, la magistratura capitolina ha stabilito che la priorità del momento è iscrivere nel registro degli indagati Itamar Ben Gvir, Ministro della Sicurezza Nazionale israeliano, per sequestro di persona e tortura nell’ambito della vicenda Flotilla.

Prima di proseguire, una precisazione che questo articolo non intende omettere: Ben Gvir è un esponente politico che ha costruito la propria carriera sull’estremismo e sull’intimidazione sistematica, con una visione del diritto internazionale che si potrebbe definire, con generosità, creativa. Un individuo che si aggira tra detenuti in ginocchio e ammanettati per deriderli non merita difese morali di nessun tipo. È esattamente il personaggio che sembra. Detto questo, l’indagine rasenta il ridicolo. Sono due cose che possono coesistere.

Israele non ha firmato accordi di estradizione con l’Italia, non riconosce alcuna giurisdizione italiana sugli atti dei propri funzionari e ha già fatto sapere, senza troppi giri di parole, che non intende collaborare. La rogatoria internazionale che la Procura dovrà inviare a Tel Aviv ha una destinazione prevedibile. Il processo, se mai si celebrerà, si terrà in assenza dell’imputato. La condanna eventuale rimarrà sulla carta fino al giorno in cui Ben Gvir decidesse di varcare il confine italiano o europeo, cosa che evidentemente non farà. Nel frattempo, ogni fascicolo di questa complessità — reati internazionali, videoperizie, traduzioni, coordinamento con la magistratura francese — pesa sulle casse pubbliche cifre che si stimano abbondantemente sopra i 200.000 euro prima ancora di arrivare a un’eventuale udienza dibattimentale.

La base giuridica dell’iniziativa è il principio di giurisdizione universale per i crimini di tortura, sancito dalla Convenzione ONU del 1984 e ratificata dall’Italia. In teoria ineccepibile. In pratica, lo stesso strumento viene invocato da decenni senza aver mai prodotto una condanna effettiva contro cittadini di Stati che non collaborano. La Francia si è mossa nella stessa direzione, aprendo un’indagine parallela. Il risultato è che due procure coordinano lavoro e risorse su un caso che entrambe sanno di non poter chiudere.

Tajani ha dichiarato che le parole con cui Ben Gvir ha risposto all’indagine — definendo l’Italia “il Paese delle ciabatte” — sono inaccettabili e indegne di un ministro. È difficile dargli torto sulla forma. Resta però la domanda imbarazzante: se l’obiettivo era evitare di offrire a un estremista straniero un palcoscenico internazionale su cui ridicolizzarci, aprire un’indagine destinata strutturalmente al nulla di fatto era davvero la mossa più intelligente?

Ben Gvir tornerà a fare il ministro a Gerusalemme. Gli attivisti della Flotilla torneranno a imbarcarsi. Il fascicolo resterà aperto a Piazzale Clodio, alimentato da udienze, rogatorie inevase e ore di lavoro sottratte ad altro. Condannare Ben Gvir moralmente è doveroso. Inseguirlo giudiziariamente con i soldi degli italiani è un esercizio di vanità istituzionale che non serve né alle vittime né alla giustizia.

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