Caso Minetti-Ranucci, di vero c’è solo il canone?

Il crollo del castello di carte eretto attorno al caso della grazia a Nicole Minetti restituisce una realtà amara per il giornalismo radiotelevisivo. Di fronte al verdetto della Procura generale di Milano, che ha stroncato come infondate e false le indiscrezioni giornalistiche su presunti festini recenti e sostanze stupefacenti, scompare ogni margine di ambiguità, come riportato nel titolo del quotidiano la Repubblica visibile in image.png. Resta sul campo una smentita netta, un ministro della Giustizia come Carlo Nordio che ricorre alle vie legali per chiedere i danni e una televisione di Stato costretta a richiamare formalmente i propri conduttori. In questo scenario di teoremi svaniti nel nulla, l’unica certezza granitica e incontestabile rimasta in mano ai cittadini è il bollettino da pagare: di vero, in tutta questa storia, c’è solo il canone Rai.

La vicenda solleva un problema che va ben oltre la semplice svista professionale e affonda le sue radici nelle inchieste inizialmente pubblicate dal quotidiano Il Fatto Quotidiano, le quali avevano spinto il Quirinale a chiedere accertamenti alla magistratura. Quando la mancanza di verifiche non colpisce in modo casuale, ma si orienta sistematicamente verso un bersaglio politico preciso, il confine tra la negligenza e il pregiudizio ideologico si azzera. Non serve ipotizzare l’invenzione dolosa a tavolino per trovarsi di fronte a un fatto grave; basta la fretta di dare per buone fonti inconsistenti pur di assecondare una tesi precostituita. È il trionfo del giornalismo preventivo, quello che non cerca la verità dei fatti ma la conferma delle proprie convinzioni, offrendo al pubblico una narrazione distorta durante trasmissioni di grande ascolto come È sempre Cartabianca.

Il vero danno collaterale di questo cortocircuito lo subisce l’istituzione del servizio pubblico, soprattutto dopo che lo stesso Sigfrido Ranucci, nella successiva puntata di Report, ha dovuto fare parziale marcia indietro scusandosi pubblicamente con il ministro Nordio per l’eccesso dei toni usati. La Rai non è un’emittente privata che risponde soltanto ai propri editori o a una specifica fetta di pubblico fidelizzato; è un’azienda finanziata dai contribuenti che ha il dovere tassativo di garantire rigore, imparzialità e terzietà. Se le sue tribune di prima serata diventano spazi in cui si lanciano accuse pesanti sulla base di elementi che l’autorità giudiziaria definisce falsi, il patto con gli elettori e i cittadini si rompe. I provvedimenti disciplinari aziendali e la nota ufficiale con cui la Rai ha minacciato di non concedere la tutela legale al giornalista dimostrano che il limite è stato superato, lasciando agli utenti la sgradevole sensazione di finanziare, di tasca propria, la parzialità dell’informazione.

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