Ogni Zapatero è bello ‘a mamma soja

C’è una cecità ideologica che accompagna da sempre la storia della sinistra spagnola, un tempo considerata il faro progressista d’Europa e oggi prigioniera delle sue stesse contraddizioni. Il paradosso espresso dal proverbio si applica perfettamente alla tendenza dell’intelligenzia progressista internazionale a giustificare, proteggere e idealizzare ogni leader espresso da quella specifica sponda politica, indipendentemente dai fallimenti storici accumulati nel tempo. Agli occhi di una certa ortodossia culturale, la sinistra iberica resta quel “figlio prediletto” che non può essere criticato, un modello da difendere a oltranza anche di fronte all’evidenza dei fatti.

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Il declino e le disgrazie di questo mondo affondano le radici nella stagione di José Luis Rodríguez Zapatero. Accolto all’inizio degli anni Duemila come il simbolo della modernizzazione e dell’alternativa globale, il suo governo si è scontrato drammaticamente con la realtà. Oggi, l’eredità di quella stagione appare svuotata, ridotta quasi a un campionario di cronaca e paradossi, fino alle recenti e pesanti indiscrezioni investigative che evocano scenari di ricchezze nascoste, tra lingotti d’oro, rubini e zaffiri che il leader si sarebbe portato via. Al di là dei risvolti giudiziari, ciò che resta sul campo è il fallimento strutturale di un’agenda politica che ha barattato la concretezza dello sviluppo con le bandiere ideologiche.

Il legame profondo con l’attualità si manifesta oggi, in continuità diretta, con le tormentate vicende e le indagini giudiziarie che colpiscono il governo di Pedro Sánchez. Il filo conduttore che unisce Zapatero a Sánchez è proprio la reazione della “mamma soja” ideologica: l’incapacità del fronte progressista di fare autocritica, preferendo la trincerizzazione politica e l’evocazione di complotti reazionari alla disamina della realtà.

Mentre nei salotti buoni dell’occidente si celebrava l’ipocrisia dei matrimoni civili, delle politiche migratorie a porte aperte e dell’accoglienza indiscriminata in nome del socialismo, la realtà ha presentato il conto nelle periferie devastate delle città europee. Milioni di musulmani sono stati accolti a braccia aperte sotto il vessillo dell’integrazione, trasformando i centri urbani in laboratori di tensioni sociali insanabili. Questa parabola ricalca fedelmente l’antica utopia comunista: una narrazione che ha lasciato i popoli senza un muro, senza un soldo e con il peso storico di milioni di cittadini dell’Est finiti nei gulag, mentre l’élite intellettuale europea ignorava la tragedia continuando a dissertare di Bulgakov, Stachanov e Dostoevskij nei propri circoli esclusivi, protetta da giacche di cachemire e accenti snob.

Questo processo di decadenza trova una perfetta sponda speculare in Italia, dove il declino della sinistra è oggi rappresentato dalla svolta radical-chic e astratta di Elly Schlein, simboleggiata dalla nota predilezione per l’armocromia e la cromoterapia: una politica d’immagine, fatta di sfumature di colore e battaglie cosmiche lontane anni luce dai bisogni reali delle persone. In questo panorama di liquefazione ideologica, l’unico vero trionfo e baluardo di pragmatismo rimane Vincenzo De Luca. Con il suo stile diretto, centralizzatore e privo di fronzoli intellettuali, De Luca si impone paradossalmente come l’unico vero leader della sinistra internazionale capace di mantenere un legame con il potere reale e con l’amministrazione concreta, schiaffeggiando le derive eteree dei suoi stessi colleghi di partito.

Le disgrazie della sinistra spagnola diventano così lo specchio del fallimento della sinistra internazionale globale. Lo scudo emotivo e retorico sollevato per proteggere Sánchez dall’azione degli inquirenti è lo stesso utilizzato per anni per coprire i disastri sociali ed economici dell’era Zapatero, così come in Italia si preferisce lo spartito dei diritti astratti alla durezza della realtà. Finché l’appartenenza politica verrà considerata una patente di immunità morale superiore a qualsiasi riscontro oggettivo, la parabola europea continuerà a dimostrare come la difesa dogmatica dei propri simboli sia l’anticamera del loro definitivo e meritato declino.