Torino, lo strabismo di Palazzo Civico: rigido con gli anziani in Rsa, flessibile con occupanti e delinquenti

Il welfare che chiede la casa in garanzia ai non autosufficienti e l’ingegneria burocratica che per mesi ha accarezzato l’antagonismo. Due pesi e due misure all’ombra della Mole scatenano la dura reazione delle opposizioni e della Regione, specchio di una città dimenticata anche sul fronte della sicurezza.

Esiste un principio cardine che dovrebbe guidare l’azione di ogni amministrazione locale: l’equità, intesa come la capacità di proteggere i cittadini più vulnerabili e far rispettare le regole a chi le viola. A Torino, tuttavia, la cronaca recente e la gestione del territorio offrono l’immagine di un Palazzo Civico che sembra aver invertito i fattori, mostrando il volto inflessibile della burocrazia a chi si trova in uno stato di estrema fragilità e, di contro, una sorprendente propensione al dialogo, alla tolleranza e alla flessibilità normativa verso occupanti abusivi e criminalità di strada. Un paradosso che si riassume nella classica formula: forti con i deboli e deboli con i forti.

La rigidità burocratica sulla pelle dei più fragili

Il primo scenario si consuma nelle stanze dei Servizi sociali e riguarda il dramma delle famiglie che non riescono più a coprire i costi, in costante aumento, delle rette alberghiere nelle Residenze sanitarie assistenziali (Rsa). Di fronte ad anziani non autosufficienti e persone con disabilità, il Comune di Torino applica con precisione millimetrica un regolamento del 2012. Se il nucleo familiare possiede un patrimonio immobiliare superiore a circa 51.000 euro – una soglia in cui rientra la stragrande maggioranza delle prime case del ceto medio-basso – il diritto all’integrazione pubblica decade.

La soluzione alternativa proposta dall’ente pubblico ha assunto i contorni del prestito garantito dall’immobile del beneficiario. In sostanza, il Comune si offre come creditore e chiede un’ipoteca sulla casa di una vita in cambio dell’assistenza sociosanitaria immediata. Una scelta che costringe le famiglie a un bivio drammatico tra il diritto alla cura del proprio caro e la tutela dell’unico patrimonio destinato ai figli. Questa prassi restrittiva e punitiva, basata su criteri interni che si sovrappongono illegittimamente all’Isee nazionale, è già costata a Palazzo Civico pesanti condanne da parte del Tribunale e del Tar, i quali hanno censurato l’amministrazione per aver negato aiuti a malati cronici con redditi minimi solo perché proprietari di quote immobiliari infruttifere. Eppure, la macchina comunale ha preferito finora arroccarsi, arrivando a impugnare le sentenze sfavorevoli davanti al Consiglio di Stato pur di difendere il proprio schema.

La reazione delle opposizioni: «Strozzinaggio istituzionale»

Le reazioni della politica regionale e delle opposizioni di centrodestra in Consiglio comunale sono state durissime, interpretando il sentimento di sconcerto delle associazioni di tutela dei malati. L’assessore regionale alle Politiche sociali, Maurizio Marrone, ha guidato la carica definendo la pratica del prestito con ipoteca un vero e proprio “strozzinaggio istituzionale, senza fondamento in nessuna legge nazionale o regionale”. Marrone ha rincarato la dose affermando che “prendere la casa a chi chiede di essere assistito è uno schiaffo alla povertà, indegno di una città civile”.

Dalle fila dell’opposizione in Consiglio comunale si solleva un coro di proteste che accusa la giunta Lo Russo di cinismo contabile. I consiglieri di minoranza sottolineano come sia inaccettabile che una persona non autosufficiente con una pensione minima debba svendere o vincolare i sacrifici di una vita per acceder a un Livello essenziale di assistenza (Lea), mentre il Comune gioca al ribasso sulla salute pubblica per far quadrare i bilanci. Le forze di centrodestra evidenziano la persistente volontà del Comune di aggirare le normative nazionali sull’Isee, penalizzando sistematicamente i torinesi che possiedono una modesta abitazione rispetto a chi risiede in altre città d’Italia.

Il paradosso delle periferie: tasse da signori, servizi da terzo mondo

Questo strabismo amministrativo e contabile non si ferma alle porte delle Rsa, ma si riflette in modo identico sulla gestione urbanistica e fiscale delle periferie cittadine. Da anni i quartieri più distanti dal centro vivono una contraddizione insostenibile: le amministrazioni che si sono succedute hanno approvando revisioni e aumenti degli estimi catastali, elevando d’ufficio la classificazione di molti immobili a categorie di pregio come la A/2 (abitazioni di tipo civile). Sulla carta, e per il fisco, quelle case valgono di più e i proprietari sono chiamati a pagare tasse parametrate a standard elevati.

La realtà sul marciapiede racconta però una storia completamente diversa. A fronte di un prelievo fiscale aumentato, il Comune ha sistematicamente dimenticato di mettere in sicurezza le strade, curare il decoro urbano e investire nella riqualificazione sociale dei quartieri. Si è così consolidato il paradosso tutto torinese di cittadini che si ritrovano a pagare tasse per un’abitazione in classe A/2, ma con lo spacciatore stabilmente piazzato sotto il portone di casa, la via al buio, i marciapiedi dissestati e una microcriminalità diffusa che rende i quartieri insicuri. Anche qui l’ente pubblico si dimostra efficiente e implacabile nel pretendere dai cittadini in base a valori teorici, ma debole e assente nel restituire sicurezza e vivibilità reali.

La flessibilità amministrativa per le occupazioni abusive e l’antagonismo

Il quadro si completa con il secondo scenario, speculare e opposto a tutto ciò, che ha avuto come protagonista lo storico centro sociale Askatasuna di corso Regina Margherita. Per mesi, l’amministrazione guidata dal sindaco Stefano Lo Russo ha tentato una complessa e inedita operazione di ingegneria amministrativa per legalizzare lo stabile occupato da decenni. Attraverso una delibera della Giunta, si è cercato di inserire l’immobile all’interno di un “patto di collaborazione sui beni comuni”, una formula pensata per la cittadinanza attiva ma piegata, in questo caso, nel tentativo di sanare una situazione di illegalità e trovare un compromesso politico con la galassia antagonista.

Nessun automatismo sanzionatorio, nessuna rigidità applicativa. Di fronte a occupanti abusivi ed esponenti dell’ala radicale, spesso protagonisti di tensioni urbane, la burocrazia comunale si è fatta liquida, creativa, disposta a mediare e a investire tempo e risorse politiche per tutelare uno spazio occupato, fino a quando lo sgombero forzato eseguito dalle forze dell’ordine e la successiva revoca della delibera non hanno azzerato il percorso. Resta il fatto che, finché ha potuto, Palazzo Civico ha cercato una via d’uscita morbida per chi per anni ha agito al di fuori delle regole.

Lo strabismo delle priorità politiche

Mettendo in relazione queste vicende, la contraddizione emerge in tutta la sua gravità. Da un lato abbiamo i cittadini modello, persone che vivono in periferia convivendo con il degrado e lo spaccio, pagano tasse rivalutate su immobili inseriti in contesti insicuri e che oggi, davanti alla malattia e alla vecchiaia, si vedono trattate con la freddezza di un istituto di credito che esige la loro casa come garanzia reale per erogare un servizio essenziale. Dall’altro abbiamo realtà ed elementi che hanno fatto dell’illegalità e dell’occupazione una bandiera, verso i quali il Comune ha mostrato per mesi il volto comprensivo del dialogo, della concertazione e della tolleranza.

Questo strabismo amministrativo mina la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. Quando la legalità e il rigore diventano una scure che si abbatte solo su chi rispetta le regole ma non ha la forza politica o la voce per protestare, mentre la tolleranza e la flessibilità diventano strumenti di mediazione per chi occupa e delinque, il patto sociale si rompe definitivamente. Torino non può permettersi di essere una città dove possedere una modesta casa in periferia è un lusso da pagare al fisco e un ostacolo per essere curati in Rsa, mentre l’illegalità sul territorio viene tollerata, lasciando i quartieri in mano alla delinquenza e trasformando gli occupanti in interlocutori istituzionali.

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