L’arena politica italiana si infiamma nuovamente intorno al delicato tema della sicurezza e della gestione dei flussi migratori, ma questa volta a fare notizia è una clamorosa svista comunicativa che mette a nudo la confusione istituzionale sui cardini del nostro diritto. L’episodio di Modena, che ha visto un drammatico investimento stradale riaccendere il dibattito pubblico, si è trasformato in un vero e proprio autogol per il vicepremier e ministro degli Esteri, Antonio Tajani, smentito sia dalla dura realtà della cronaca sia dai principi fondamentali dell’ordinamento giuridico italiano.
Nelle ore immediatamente successive al tragico evento, mentre il leader della Lega Matteo Salvini invocava la linea dura chiedendo lo stop definitivo ai permessi di soggiorno per chiunque delinque, Tajani ha tentato di smorzare i toni con una dichiarazione perentoria, affermando che l’investitore fosse un cittadino italiano. Una mossa strategica volta probabilmente a depoliticizzare l’accaduto, ma che si è scontrata con una realtà ben diversa. I successivi accertamenti sull’identità del conducente, identificato come Elkoudri, hanno infatti svelato che l’uomo non è affatto in possesso della cittadinanza italiana.
L’errore del ministro non è soltanto una svista sull’anagrafica del responsabile, ma tocca una questione giuridica profonda. L’ordinamento italiano, infatti, si fonda storicamente e rigorosamente sul principio dello ius sanguinis (il diritto di sangue), secondo il quale la cittadinanza si trasmette per discendenza da genitori italiani. Nel nostro Paese non vige lo ius soli (il diritto del suolo), il che significa che il semplice fatto di nascere o risiedere sul territorio nazionale non conferisce in alcun modo, né in automatico, lo status di cittadino a chi è figlio di cittadini stranieri. Di conseguenza, definire frettolosamente italiano un soggetto con una simile storia personale, senza aver verificato la reale sussistenza dei requisiti di sangue o di naturalizzazione previsti dalla legge, rappresenta un errore concettuale imperdonabile per chi siede al governo.
Questo scivolone evidenzia la rincorsa affannosa alla dichiarazione tempestiva, un vizio della politica contemporanea che spesso sacrifica la verifica dei fatti e la precisione del diritto sull’altare della reattività mediatica. Nel tentativo di anticipare le mosse degli alleati e blindare il dibattito, Tajani ha finito per incassare un duro colpo alla propria credibilità, lasciando che la figura di Elkoudri diventasse il simbolo di una narrazione governativa confusa e distante dalle stesse leggi che lo Stato è chiamato ad applicare.